Un vaffanculo è per sempre

19 09 2016

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<<Sa che c’é? Se ne vada a fare in culo!>>

Queste furono le parole che la docente urlò in faccia al Preside e che risuonarono nell’andito centrale della scuola davanti a un incredulo manipolo di studenti. Fu così che un anonimo pomeriggio di Marzo prese tutt’altra piega. La bidella si fece il segno della croce mentre gli studenti si guardarono in faccia tra di loro come per sincerarsi che quello a cui avevano appena assistito fosse reale. Qualcuno rimase a bocca aperta per parecchi minuti. La scena in sé aveva un qualcosa di tragicomico: le vene del collo della donna, che aveva gli occhi iniettati di sangue,  si erano gonfiate così tanto da sembrare sul punto di scoppiare. Il Preside, invece, già di pelle rossiccia di natura, era diventato paonazzo per l’onta subita in pubblico a opera della terribile professoressa Carta. L’insegnante aveva appena tenuto, in gran segreto,  una lezione extra di recupero per l’intera classe. Infatti, tra fischi e lazzi, ci si era ritrovati a Marzo con grosse falle da colmare.  Lungo il tragitto dall’aula all’uscita della scuola la Carta si era imbattuta nel Preside, che non si aspettava di trovarli lì a quell’ora.  Nei giorni precedenti c’erano stati dei dissapori tra di loro per quanto riguardava il programma non rispettato e quelle lezioni di recupero che lui non aveva autorizzato. Lei, testarda com’era, se ne era fregata e aveva fatto di testa sua. Era una donna di polso, intraprendente, molto coriacea e in alcune occasioni irosa. Spesso anche molto pedante, come riferivano i suoi studenti. Tendeva sempre a farsi gli affari degli altri e a mettere il naso anche dove non avrebbe dovuto. Fuori dalla scuola assumeva l’atteggiamento di un investigatore privato e il giorno dopo in classe, come prima cosa, era solita interrogare i suoi studenti per sapere cosa ci facessero a tale ora con tale persona in tal punto della città. E non perdeva occasione per far loro la ramanzina. Era convinta che il suo ruolo andasse oltre quello della normale insegnante che tiene la sua lezione e se ne frega della sfera personale dei suoi alunni. Così si prodigava in tutti i modi per non perdere di vista le mosse dei suoi pupilli, per poterli seguire meglio e riportarli sulla retta via nel caso imboccassero strade sbagliate. Voleva essere una sorta di psicologa dei suoi studenti, una confidente, un pastore che bada al suo gregge. L’intento forse era giusto ma lo portava avanti nel modo errato perché chiunque capitava nelle sue grinfie finiva per essere umiliato.

<<Lavinia, ieri ti ho vista in piazza. Eri col tuo ragazzino e gli infilavi la mano dentro la camicia aperta e poi gli accarezzavi il petto mentre lo baciavi! Che cosa sconcia! Per Dio! Ti sembra un comportamento decoroso da tenere in pubblico? Sembravate sotto i riflettori di un film porno! Vergogna! Se volete accoppiarvi lo fate a casa invece di farlo in pubblico!>>

<<E tu Gloria? Cambi ragazzo ogni volta che ti cambi le mutande?! Ti vedo ogni giorno con un tipo diverso! Per giunta ragazzi molto più grandi di te. Ma quanti anni hanno? Continua di questo passo e ti scambieranno per una puttana! >>

<< E vogliamo parlare di te, Luigi? Sempre a spasso con quel cane aggressivo e più grosso di te, per incutere paura alla gente e mostrare la tua presunta grandezza e mascolinità, quando invece sei una mezza checca!>>

<< A voi, invece, Maurizio e Nicola, non vi vedo mai in giro. Come mai? Sempre rintanati in casa a far finta di studiare come dei secchioni? Per cosa, per la gloria? Vi farebbe bene uscire… fatevi una vita! Oltre alla scuola c’è di più!>>

<< Marco, tu invece sempre circondato dalle ragazzine! Se non stai attento ne metterai qualcuna incinta e poi solo Dio sa quanto ci vorrà a calmare la disperazione  dei tuoi genitori!>>

Insomma, la Professoressa Carta ne aveva una per tutti e sembrava mai contenta di nulla. Diceva spesso parolacce, era molto dura ed era una grande sostenitrice dell’importanza del Vaffanculo. Aveva una vera e propria teoria sul vaffanculo. Diceva sempre:

<<Ragazzi, ricordate, il vaffanculo è sì una parolaccia ma ha una carica enorme, è un’arma potente. Quando ci vuole, ci vuole! Usatela quindi! Non ha mai ucciso nessuno! Detta al momento giusto è un vero e proprio toccasana. E’ molto liberatorio e ti permette, detto  col giusto tono, di colpire l’avversario e affondarlo.>>

Ma nessuno di loro  si sarebbe aspettato mai di sentirglielo  urlare, come in quel momento,  contro quella simpatica canaglia del Preside, davanti a un pubblico per giunta! Il Preside, ovviamente, in quell’occasione reagì a quell’insulto alzando la voce e intimandole di non permettersi mai più di rivolgersi a lui in quel modo oltraggioso. Lei, per tutta risposta, non contenta del Vaffanculo gli sparò col dito medio un ghigno ben assestato di fronte alla faccia, girò sui tacchi e se ne andò borbottando qualcosa tra sé e sé. Adesso era il Preside a essere rimasto a bocca aperta per l’umiliazione. Gli studenti lo guardarono con la faccia di chi sa cosa si prova e poi  corsero via per sfuggire a quella situazione che era diventata imbarazzante per tutti.

La mattina seguente la professoressa Carta si presentò in classe come se niente fosse successo.  Alla prima occasione, però,  prese la palla al balzo per parlare della scenata della sera precedente. Spiegò di essersi tolta un sassolino dalla scarpa  ma disse anche di essersi pentita del gesto. Non per il vaffanculo urlato in faccia al Preside, no, quello se lo meritava tutto. E pure il ghigno era meritato. Ma non si poteva perdonare di esserselo lasciato sfuggire in loro presenza. Non era assolutamente quello il momento giusto. Era stata troppo impulsiva.  In tal modo si scusò e la cosa sorprese tutti perché mai era accaduto di vederla così pentita. Per quanto riguardava il Preside, appena finita la lezione sarebbe andata a scusarsi anche con lui comunque. Era una donna di classe, lei.  L’etichetta prevedeva questo. Ma sorrise compiaciuta perché – disse – adesso il Preside l’avrebbe rispettata ancora di più.  Quell’uomo era un debole. La temeva e non le avrebbe torto un capello.

<<Perché, vedete ragazzi, la verità è che spesso è necessario imporsi nella vita. Lo si impara a fatica con gli anni. Altrimenti in men che non si dica vi calpesteranno e i primi a soccombere sarete voi. A volte bisogna ribellarsi per essere ascoltati o rispettati. Per far valere i propri diritti. Anche in modo duro. Anche con un vaffanculo. Senza guardare in faccia a nessuno. Di questo fatene tesoro,  è una delle più importanti lezioni che io possa darvi.>>

A quel punto Giuseppe, il clown della classe,  alzò la mano e chiese di poter intervenire. Ridacchiando, disse:

<<Quindi Prof, sta dicendo che anche noi, per essere coerenti, possiamo mandarla a quel posto quando fa la rompipalle e non vogliamo soccombere di fronte ai suoi scleri?>>

<<No, Giuseppe, assolutamente no, non ne hai capito niente, come sempre. Provateci e vi boccio tutti, dal primo all’ultimo!>>. <<Adesso passiamo a cose serie, interroghiamo. Anzi, prima parliamo proprio di te, Giuseppe. L’altro ieri ti ho visto in centro….>>

Enrico James Scano

 

 

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UNA GITA INDIMENTICABILE

17 09 2016

<<Siete una squadra di calcio?>> La donna formulò la domanda con voce roca e tono molto interessato, socchiudendo leggermente gli occhi.Prese una energica boccata di fumo e con medio e indice portò via la sigaretta dall’angolo della bocca. Subito dopo esalò una nuvoletta bianca dritta verso la  faccia del ragazzino che le stava di fronte. Era l’inizio di Aprile dei primi anni Novanta, quando ancora si poteva fumare nei luoghi pubblici. Il giovane era appena arrivato in albergo assieme a tutta la scolaresca per un viaggio di istruzione. Non aveva fatto in tempo a poggiare la sua valigia vicino al letto della camera che quella strana donna sulla cinquantina si era presentata alla porta. Di corporatura abbastanza robusta, capelli biondi tinti e slavati, sul viso portava i segni del tempo. Indossava una maglia color salmone, una gonna marrone un po’ stropicciata e scarpe nere con tacco. <<No, siamo qui a Genova per una gita scolastica>>, rispose timidamente il ragazzino avvicinandosi alla porta. Per Federico, questo il nome del giovane, si trattava della prima vera gita fuori dall’isola della sua vita. Nel frattempo gli amici con cui condivideva la camera avevano già cominciato a sistemare i loro abiti negli armadi. <<E quanti ragazzi siete? Maschi, intendo>>, lo incalzò la donna, quasi facendo tra sé e sé dei calcoli mentali. <<Guardi, non lo so davvero, forse in tutto un centinaio. Ma perché lo vuole sapere? >>- replicò ancora il giovane. La donna rispose con un’altra domanda. – <<Quanti anni avete? Ce l’avete la fidanzatina?>>  A quel punto il ragazzo si innervosì e cercò di chiudere sia la conversazione che la porta. <<Signora, adesso devo proprio andare, mi scusi. Devo sistemare i miei bagagli.>> E così dicendo tentò di accostare la porta. Ma la donna non gli permise di farlo perché mise un piede sullo stipite della porta bloccandone la chiusura. Dallo spiraglio rimasto ancora aperto disse ancora:- <<Sei davvero molto carino, sai? Anche i tuoi amici sono così carini? Fammeli guardare meglio>>. E così dicendo cercò di spingere in avanti la porta poggiandoci sopra tutto il suo peso.  Federico però riuscì a opporre resistenza fino a che non riuscì a chiuderla e a fare un giro di chiave. La donna a quel punto bussò ripetutamente chiedendo di aprire. Federico la ignorò ancora e dopo qualche secondo ci fu finalmente il silenzio. Se ne era andata. Un po’ nervoso si girò verso i suoi amici e lì trovò divertiti per la scena a cui avevano appena assistito. Ma c’era anche un altro fatto che aveva suscitato parecchia ilarità in loro. Davanti ai loro letti, lungo la parete, c’erano un lavandino, uno specchio e un bidet! Nessuna porta e nessuna traccia del bagno e di un wc in quella stanza.  Federico non poteva credere ai suoi occhi. Sembrava più una garçonnière che una camera d’albergo! Non esistendo ancora né whatsapp né tantomeno i telefoni cellulari, dovette uscire dalla sua stanza per andare a chiedere agli altri amici di scuola come fossero le loro camere e se loro avessero un bagno interno. Così aprì con molta discrezione la porta  e con fare guardingo, dopo essersi accertato che quella donna non fosse nei paraggi, andò a chiedere a un gruppo di sue amiche. Le trovò che ridevano e facevano battute sul viaggio in bus. L’autista infatti aveva un grande neo su una guancia  e qualcuna sosteneva che quel neo si fosse spostato sull’altra parte del viso durante il viaggio, un po’ come succedeva a Charlie Sheen nel film Hot shots! Le ragazze avevano un bagno interno, come ce l’avevano tutti gli altri loro compagni di viaggio. Non credettero alla storia del bidet fino a quando non se ne sincerarono di persona con un sopralluogo. Grandi furono le risate non appena lo videro e l’evento venne subito immortalato con una macchina fotografica, la prima vera immagine della loro gita. Federico raccontò loro anche della donna che lo aveva avvicinato non appena arrivato e questo non fece che scatenare la curiosità di tutti. Si aprì così la caccia alla donna misteriosa. Nel frattempo il ragazzo  scese giù nella hall dell’albergo per chiedere spiegazioni in merito al bagno ai loro accompagnatori. Venne così esposto il problema alla Direzione e saltò fuori che tutti avevano il bagno in camera tranne loro. E non c’era nessuna altra camera disponibile. Vennero comunque rassicurati perché il loro bagno in realtà esisteva, solo che era un bagno esterno alla camera, lungo l’andito. Così gli venne data la chiave. Federico pensò che la scocciatura più grande sarebbe stata fare avanti indietro tra bagno e camera. La cosa gli suonava come un’ingiustizia perché aveva pagato lo stesso prezzo degli altri e lui e i suoi compagni di camera stavano subendo un trattamento diverso, sicuramente di grado inferiore.  Poi però gli venne riferito anche un particolare che fece gli risultare tutto il resto un’inezia e la situazione persino peggiore di come l’aveva immaginata. Quel bagno esterno alla camera non era solo il loro ma era in comune con la signora che alloggiava da tempo nella camera di fianco. La signora era stata già avvisata e non aveva opposto alcuna obiezione in merito. Federico immaginò subito di quale “signora” si trattasse e nonostante le proteste non ci fu nulla da fare. Quella era l’unica soluzione. La signora divenne così subito oggetto delle chiacchiere di tutti e quando venne avvistata in solitaria, a cena tra i tavoli del ristorante dell’albergo, la fantasia di tutti si scatenò per indovinare cosa ci facesse la donna nell’albergo. Alla fine dopo tante supposizioni da parte di tutti venne stabilito che la signora facesse il mestiere più antico del mondo e risiedesse lì nell’albergo per ricevere i suoi clienti! In tal modo anche l’incontro e le domande che la donna aveva posto la mattina a Federico avevano finalmente un senso. Le venne affibbiato anche un nome in codice per capirsi quando si parlava di lei. Per tutti diventò Menenia.  Menenia doveva essere per forza una prostituta.In quella stessa giornata Federico visse anche un’altra esperienza surreale. Quando tornò in camera a sistemare i suoi vestiti nell’armadio si trovò da solo perché i suoi amici avevano già sistemato le loro cose ed erano rimasti nella hall a chiacchierare. Aveva appena aperto la valigia quando sentì provenire dall’andito un lamento. Aprì la porta e vi trovò una ragazza che piangeva. Era bionda e carina e non appena le si rivolse per chiederle cosa fosse successo e se la potesse aiutare la ragazza si fiondò dentro la camera di Federico e si diresse velocemente verso la finestra. La aprì e in men che non si dica la sconosciuta si trovò nel balcone e minacciò di buttarsi giù. <<Voglio farla finita>>- gli disse piangendo e urlando istericamente. Federico non poteva credere ai suoi occhi. Troppe emozioni in un giorno solo. Col cuore in gola, preoccupato che la ragazza non si buttasse giù per davvero, si avvicinò a lei molto lentamente e cercò di farla tornare in sé, dicendole che qualunque fosse la causa del suo pianto non ne valeva la pena di buttarsi giù dal balcone di quell’hotel marcio e bisunto. Nel mentre che le diceva questo pensò che Professor Manca, quello con una gamba di legno, aveva pensato bene, invece, di portare le sue classi in un albergo a 4 stelle, alla faccia loro e a spese di tutti gli altri.  Lo maledisse silenziosamente.  La ragazza all’iniziò sembrò non cedere e anzi si sporse sempre più pericolosamente verso il vuoto, alzandosi in punta di piedi e facendo leva con le braccia sulla ringhiera del balcone. Ma quando Federico la abbracciò e la tirò via dalla ringhiera non oppose resistenza e si fece trascinare nuovamente dentro la camera, tenuta per mano. Federico a quel punto chiuse per bene la finestra, abbassò la tapparella per evitare altri colpi di testa della sconosciuta e tirò un sospiro di sollievo. Per un attimo aveva visto come in sogno tutta la scena: la ragazza che si buttava davanti ai suoi occhi e lui che assisteva impotente al suo suicidio. Un peso che avrebbe avuto per sempre sulla sua coscienza se non fosse intervenuto. Chiusa la finestra si girò e trovò la ragazza sdraiata sul letto, a faccia in giù, che piangeva di nuovo a dirotto e urlava coi pugni stretti sulle lenzuola.  Si avvicinò e cercò di rassicurarla ma la ragazza era sempre più isterica e non si voleva più muovere da lì. Federico non sapeva più come fare per risolvere la situazione. Alla fine le porse dei fazzoletti per asciugare le lacrime, le pose una mano sulla schiena e le chiese quale fosse il motivo del suo pianto. La ragazza finalmente sembrò calmarsi. Gli disse di chiamarsi Elisa e di essere della sua stessa scuola ma del corso C.  Non era male Elisa, anzi era davvero molto carina. Piangeva perché – gli disse – la sua migliore amica aveva preferito dividere la stanza con altre due ragazze blasonate della scuola  invece che con lei e l’aveva lasciata da sola in una camera con tre anonime sfigate. Questo era un tradimento troppo grande per lei e non riusciva ad accettarlo. Federico sul momento trovò la motivazione di tanto dolore molto infantile ma poi si ricordò che la ragazza aveva 15 anni come lui e in fondo erano ancora dei bambini che scoprivano il mondo e la cattiveria dei rapporti umani. Inoltre forse Elisa aveva ragione, la sua amicizia era stata tradita e la cosa non poteva che fare male. Pensò a cosa potesse dirle per farle recuperare un po’ di ottimismo e così le suggerì che la gita le aveva permesso di scoprire quanto falsa e debole fosse quell’amica che lei credeva tale e che forse le avrebbe anche consentito di stringere nuove amicizie, ben più salde e vere,  che invece sarebbero durate nel tempo. Dopotutto magari le tre sfigate si sarebbero potute rivelare non così sfigate come pensava… Elisa lo guardò sorpresa e qualcosa brillò nei suoi occhi. Si asciugò le lacrime col fazzoletto, si alzò dal letto e gli disse di rimanere lì perché sarebbe tornata a breve. Dopo qualche minuto fece ritorno con una scatola di biscotti, di quelli tondi col buco e lo zucchero a velo sopra. Manco a farlo apposta i preferiti di Federico! Glieli regalò in segno di riconoscenza per averla aiutata in quel momento di debolezza e in segno di amicizia. Si scusò, gli diede un bacio sulla guancia e sparì nel nulla. Da quel momento Federico non la vide mai più. Si volatilizzò come un fantasma. Nei giorni successivi  il ragazzo ebbe non pochi problemi a gestire il bagno in comunione di beni con Menenia! Interminabili attese per trovarlo libero lo innervosirono non poco. Nel lavandino trovava sempre della cenere e pareva come una chiara firma lasciata dalla donna dal momento che aveva sempre la sigaretta in bocca.  La situazione diventò ben presto un argomento sulla bocca di tutti e Federico ne era sempre più imbarazzato. Un giorno entrando nel bagno trovò scritto col rossetto rosso sullo specchio  I LOVE YOU e un cuore disegnato di fianco. Gli amici insistettero che loro non ne sapevano niente e che sicuramente era stata Menenia a lasciargli quel messaggio perché evidentemente si era presa una bella cotta per lui.  Nei giorni che seguirono riuscirono anche a scattare delle foto ricordo di Menenia, rubate nella hall dell’albergo in un momento di distrazione della donna. Intanto il neo dell’autista del bus continuò a spostarsi da una parte all’altra della sua faccia e la gita, tra una uscita e l’altra, volse ben presto al termine. Furono giorni belli pieni e sicuramente indimenticabili: canzoni cantate a squarciagola, risate, la discoteca, il film Sommersby al  cinema, le immancabili prese in giro ai professori, i capricci a pranzo e a cena, gli scherzi…sì, gli scherzi. Ne vennero fatti tantissimi: a partire dalla schiuma da barba spalmata in testa durante la notte a chi dormiva, passando per finti fantasmi fino ad arrivare al dentifricio nelle scarpe. Un ragazzo mise persino incinta una ragazza ma quello non fu uno scherzo e lo si scoprì solamente qualche mese dopo. Federico, che non era stupido, pensò che anche la cenere nel lavandino e le scritte amorose sullo specchio del bagno fossero opera dei suoi amici. Non ci fu però mai una vera e propria confessione per cui Menenia entrò nella leggenda come la prostituta attempata che aveva cercato di guadagnarsi i soldi dell’affitto della camera tentando i giovani maschi alle prime armi.  Rimase la sua foto, messa di profilo, a ricordo di quella settimana genovese in cui ognuno di loro cominciò a scoprire il mondo, le relazioni e le parti nascoste del loro carattere. Come ricordo di quella giovinezza, ancora per poco spensierata, rimase anche la foto scattata davanti al bidet. Allora l’avventura della vita stava appena cominciando. 

Enrico James Scano

Ps: ogni fatto ed evento qui raccontati NON sono puramente casuali

 

 





Per un pugno di felicità

30 07 2016

 

Smiling chef with a curling black moustache

fonte immagine:  www.123rf.com

Tanti anni fa, quando lavoravo in una grossa azienda di telecomunicazioni, durante la pausa pranzo  ero solito andare a mangiare qualcosa al self service Da Giulietta. Il locale si trovava in fondo ad un’anonima traversa di una via trafficatissima del capoluogo. Avevo scoperto  questo posto per caso. Era come il mio rifugio magico dallo stress del lavoro d’ufficio. Una dimensione altra che mi faceva estraniare per mezz’ora dai problemi legati al mio mondo interiore. Da Giulietta regnava la distensione e la cortesia. Non appena entravi venivi accolto dal sorriso della proprietaria, una bella ed elegante signora bionda sui 50 anni. Aveva un atteggiamento materno e non dimenticava mai di farti sentire a casa. Si ricordava di tutti i suoi clienti abituali e li trattava quasi come fossero dei figli. Dopo aver fatto, con molta discrezione, qualche domanda di rito su come andassero le cose nella tua vita, faceva una piroetta e spariva nelle cucine. A quel punto mi munivo di vassoio, posate, tovagliolo, bicchiere, una pagnotta e una bottiglietta d’acqua. Ad attendermi al bancone delle pietanze c’era lui, l’uomo più felice che abbia mai conosciuto. O almeno dava tutta l’aria di esserlo. Non conoscendo il suo nome l’avevo ribattezzato Baffone per i suoi grossi baffi neri. Era pelato ma portava quasi sempre un cappellino bianco da chef. Aveva sì e no 50 anni pure lui ed era alto e di corporatura robusta. Era sempre di buon umore, non l’ho visto una volta nervoso o con il muso. E il suo buon umore era assolutamente contagioso. Ogni giorno mi chiedevo da dove prendesse la forza per essere così. Un omone sempre gentile e paziente con tutti. Mai corrucciato o nervoso. Io, al contrario, a  stento riuscivo a essere spensierato per cinque minuti di fila.  Baffone invece dispensava gioia ai suoi clienti, servita assieme al primo, al secondo e al contorno. C’era qualcosa di intangibile in quei piatti. Più dolce di un dolce. Più digestivo di un amaro. Più eccitante di un caffè. Baffone con la sua felicità di vivere riusciva a raddrizzare una giornata, a farti credere che il mondo potesse essere migliore di così come era, che tutto fosse possibile. Ti regalava la certezza che c’era sempre speranza e che un sorriso e una risata potevano curarti l’anima. Le sue battute erano sagaci, sempre sul pezzo. Il suo spirito ti penetrava le ossa, per poi toccare la tua anima.

Ma non appena uscivo dal locale il mondo a poco a poco tornava nel  grigiore di sempre. Immerso in quella giungla metropolitana camminavo con le mani in tasca e pensavo alla mia vita piena di salite e nuvole.  E sognavo di poter  essere come Baffone, per affrontare tutto con più ironia e leggerezza.

Un giorno, preso dalla curiosità, mi feci avanti e gli chiesi spudoratamente da dove togliesse fuori quella gioia di vivere.  Gli chiesi come facesse a essere ogni giorno così felice in un mondo così difficile. Lui mi prese in contropiede e mi rispose sicuro di sé: “la felicità è l’unica scelta che possiamo fare ogni giorno se vogliamo vivere felici”. Ricordo che rimasi interdetto di fronte a quella breve spiegazione. Lo disse con tale convinzione da sembrare la verità più semplice del mondo. Mi sorrise e tornò a dispensare sogni ai suoi clienti.

Dopo vari anni fui costretto a cambiare attività perché l’Azienda in seguito alla crisi economica aveva fatto ricorso al taglio del personale e mi ero ritrovato da un giorno all’altro senza lavoro. E con grande rammarico fui costretto anche a dire addio alle mie pause pranzo da Giulietta.  Credo che dire addio a quel piccolo enclave fatato mi costò più lacrime che la perdita del lavoro in sé. Per anni evitai con cura di capitare in quei paraggi perché occhio non vede cuore non duole – o così almeno si dice. Ma un giorno sentii che ero pronto a tornare in quella anonima traversa del capoluogo, presso quel portale dimensionale dove potevo pescare un po’ di effimera felicità. Quando mi trovai davanti al locale, o di quello che ne restava, rimasi stordito. Non sapevo che avesse chiuso i battenti. Provai una fitta al cuore. Le lettere dell’insegna erano a penzoloni, alcune di loro erano cadute e se ne erano perse le tracce da chissà quanto tempo.  Le grate delle serrande abbassate erano impolverate e arrugginite ma riuscii comunque a dare  un’occhiata all’interno attraverso le sbarre. Era ancora tutto come mi ricordavo, tutti i banchi e i tavoli al loro posto. Ma adesso era un luogo buio e tetro, senza più  la vita dentro. Ad un tratto mi arrivò all’orecchio l’eco dei fasti passati quando ancora le risate e il tintinnio dei piatti risuonavano come un canto a due voci per i commensali. Abbassai lo sguardo e mi commossi. Me ne andai via a testa basta e con di nuovo le mani in tasca.

Da poco un collega dell’epoca  ha riaperto la ferita . Mi ha chiamato per farmi sapere che una nuova attività gastronomica è stata avviata laddove prima c’era il self service da Giulietta. Così non ho perso tempo e mi sono precipitato in zona apposta, se non altro per poter di nuovo calcare il palcoscenico della nostalgia di quegli anni che adesso, a distanza di tempo, mi sembravano i più felici della mia vita. Non appena ho varcato la soglia mi sono reso conto che il locale è stato completamente ristrutturato e ci sono  state modifiche significative che ne hanno modificato nettamente l’aspetto. Ho fatto un po’ di fatica a riconoscere l’angolo dove mi sedevo abitualmente a mangiare e l’ingresso delle cucine dove la Signora bionda si ritirava dopo averci coccolato un po’. Inoltre il locale adesso ha un nome bizzarro, un nome americano, e ho scoperto che  si tratta di una catena in franchising di cibo spazzatura. Subito ho notato dietro al bancone principale una ragazza con un cappellino a visiera seduta in un angolo. Ha alzato distrattamente lo sguardo biascicando un impercettibile saluto e ha continuato a sfogliare la rivista che aveva fra le mani. Quando ho schiarito la voce per richiamare la sua attenzione si è alzata svogliatamente e masticando le parole assieme al chewing gum che aveva in bocca mi ha chiesto in un modo un po’ sgarbato che volevo.  Mi è venuto spontaneo risponderle:  – Una porzione di felicità, grazie! Condita con tanti sorrisi e un pizzico di gioia e cortesia, per favore. Per un attimo la ragazza ha smesso di masticare, ha strabuzzato gli occhi e mi ha guardato come fossi pazzo. Al che le ho detto ancora: Lasci stare, lei non può capire. Ci sono i miei ricordi qua dentro. In quell’angolo là in fondo c’è la Signora bionda, adesso sta piroettando verso le cucine.  Proprio a fianco a lei invece c’è Baffone, lasci fare a lui.

Così come per magia in un istante mi sono ritrovato catapultato di nuovo da Giulietta. Il locale ha riacquistato in un baleno la sua antica fisionomia. Baffone era lì davanti a me che mi sorrideva di nuovo con aria bonaria e mi rassicurava. Andrà tutto bene, mi ha detto.

Ho sentito le farfalle nello stomaco per l’emozione.  Sono felice.

Per me il solito, grazie.

ENRICO JAMES SCANO





La mia intervista su RADIO SINTONY riguardo il libro TEMPI MODERNI

27 10 2015

La mia intervista su RADIO SINTONY riguardo il libro TEMPI MODERNI





Intervista con Enrico James Scano – MeBook.it

6 08 2015

interMebookClicca qui per leggere l’intervista





In scena / “La Vita è un viaggio” di Beppe Severgnini

26 03 2015
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Una scena di “La vita è un viaggio”

Un improvviso sciopero all’aeroporto di Lisbona costringe alcuni viaggiatori a una interminabile attesa lunga tutta una notte.  Al Terminal partenze si incontrano e si scontrano uno scrittore lombardo più che cinquantenne, in viaggio verso Boston per una conferenza,  e Marta,  una  aspirante attrice romana quasi trentenne,  in partenza per il Brasile, dove l’aspetta un fidanzato palestrato con il quale ha in programma di cambiare vita e aprire un chiosco bar sulla spiaggia.  Sono due generazioni diverse a confronto. Da una parte ci sono l’esperienza e la saggezza di chi la vita l’ha già mezza percorsa, dall’altra ci sono i sogni e l’insicurezza di chi invece il viaggio l’ha appena cominciato. È  questo lo scenario della pièce teatrale portata in scena dallo scrittore e giornalista Beppe Severgnini e tratta dai suoi libri La vita è un viaggio e Italiani di domani.  Sul palco i due personaggi dialogano di viaggi, della vita, dei dubbi e del mondo. La giovane, delusa e pessimista,  all’inizio si inalbera contro i precetti paternalistici dello scrittore ma pian piano si scioglie e lo sta ad ascoltare. Nella vita abbiamo bisogno di guide, di punti di riferimento. Ma l’uomo le spiega che dei consigli che ci vengono dati si prende solo ciò che ci serve e il resto lo si butta via. Le parla della regola delle Quattro T: talento, tolleranza, tenacia e tempismo, qualità che le persone, soprattutto i giovani, dovrebbero tenere in conto per riuscire a individuare e a trovare il loro posto nel mondo. Si discute anche di paura: paura di cambiare, paura di rimanere uguali a se stessi, paura di non osare. E si parla dell’Italia che, in fin dei conti, non risulta tanto male. Ma bisogna aver prima viaggiato per poter accorgersene. Ciò che risulta interessante è che, come accade in tutti gli incontri, l’arricchimento non è a senso unico ma avviene uno scambio reciproco di esperienze. Anche l’uomo, come la ragazza, alla fine della lunga notte avrà imparato qualcosa in più della vita. Entrambi risulteranno cambiati, saranno pronti a ricominciare il loro viaggio e anche ad avere il coraggio di  cambiare strada.  Perché non si finisce mai di imparare e sperimentare, non ci sono limiti e nessuna età che possano mettere fine alla nostra crescita e al nostro desiderio di metterci  in gioco. Beppe Severgnini, nei panni straordinari dell’attore, impersona lo scrittore-viaggiatore con la sua solita, magnifica verve un po’ british. Convince e non delude, proprio come i suoi libri. Nei panni della giovane Marta l’attrice Marta Isabella Rizi, perfetta nella parte. Una terza viaggiatrice è impersonata dalla cantante Elisabetta Spada , in arte   Kiss&Drive, che delizia il pubblico con la sua chitarra e  i suoi sognanti intermezzi musicali. La commedia, per la regia di Francesco Brandi, è andata in scena anche nell’affollatissimo Teatro Electra di Iglesias la sera del 25 marzo. La presenza del folto pubblico non fa che confermare l’ottimo cartellone in programma e l’interesse dei tanti appassionati per spettacoli culturali di questo tipo. Le prossime tappe sarde dello spettacolo La vita è un viaggio si terranno a  San Gavino Monreale, Meana Sardo, Nuoro e Santa Teresa di Gallura. Infine il lungo tour, cominciato a novembre scorso  in provincia di Modena, verrà chiuso dagli attori sul palco del teatro di Perugia il 18 aprile.

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La messa in scena di” La vita è un viaggio” al Teatro Electra della città di Iglesias

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Da Milano al S. Barbara di Iglesias per il lieto evento: la testimonianza di Alessandra

11 03 2015

reparto_ostetricia_ospsbarbaraLA QUESTIONE SANITÀ A IGLESIAS: IL REPARTO NASCITE DEL SANTA BARBARA

LA TESTIMONIANZA DELLA GIOVANE NEOMAMMA ALESSANDRA: UN’ISOLA FELICE DA SALVARE

Il trasferimento dei reparti di Ostetricia e Chirurgia del Santa Barbara di Iglesias al Sirai di Carbonia sembra per adesso scongiurato. In seguito alla grande manifestazione popolare del 28 febbraio tenutasi a Iglesias per dire no allo scippo, la Asl n. 7 ha deciso per adesso di congelare ogni scelta e bloccare i temuti trasferimenti. Nonostante ciò, come ripete a più riprese Paride Reale, l’ideatore della manifestazione, non bisogna abbassare la guardia ed è necessario rimanere uniti per vincere definitivamente questa battaglia. Nel territorio intanto prosegue la raccolta di firme della petizione promossa dall’Associazione Panta Rei per dire no alla chiusura dei reparti, petizione che conta già migliaia di sottoscrizioni e che verrà inoltrata all’attenzione della Presidenza della Regione Sardegna.

In attesa di ulteriori sviluppi abbiamo raccolto la sentita testimonianza di Alessandra Cicilloni, 33 anni, mamma da soli cinque mesi, che da Milano ha deciso di recarsi a Iglesias per far nascere il suo bimbo proprio nel reparto di Ostetricia e Ginecologia dell’Ospedale Santa Barbara.

Come mai ha deciso di far nascere il suo bambino in Sardegna e non a Milano, dove sarebbe stata certa di trovarsi di fronte a un sistema sanitario di eccellenza?

Sia io che mio marito viviamo e lavoriamo da anni a Milano ma nonostante ciò avevo il desiderio, per un fatto puramente sentimentale,  di far nascere il piccolo Andrea nella mia terra, in Sardegna. La mia ginecologa milanese mi aveva consigliato gli ospedali di Cagliari ma essendo io stessa nata e cresciuta a Iglesias ho voluto visitare assieme a mio marito anche il reparto di Ostetricia del S. Barbara.

 E quale è stata la prima impressione?

Una impressione assolutamente positiva. Io e mio marito siamo rimasti affascinati innanzitutto dall’accoglienza che ci ha riservato tutto il personale: infermiere, ostetriche e puericultrici, tutte persone splendide e competenti. Anche la struttura è una piccola isola felice. A Milano le dimensioni dei reparti sono ovviamente diverse ma quello del Santa Barbara nel suo piccolo è molto ospitale, non è dispersivo ed è adeguato a tutte le esigenze del caso. Anche le apparecchiature sono all’avanguardia e io stessa mi sono meravigliata nel trovare persino un modernissimo ecografo 3D.

Ci può raccontare quale è stata la vostra esperienza una volta confermata la scelta del Santa Barbara come luogo deputato al parto? Avete confermato le vostre impressioni iniziali?

Nessun rimpianto nei riguardi della decisione presa. Andrea è il nostro primo figlio e abbiamo sondato bene il terreno prima di fare la nostra scelta. In alcun casi siamo stati anche paranoici, come si può ben immaginare. Non avremmo mai rischiato di rivolgerci a una struttura non adeguata.  Abbiamo potuto visitare tutto il reparto e persino la sala parto. Sembrerà un’inezia ma posso assicurare che prendere confidenza con il luogo del travaglio non è cosa da poco. Abbiamo inoltre potuto contare sul supporto e sulla grande professionalità di tutti i  ginecologi del reparto, sia nella fase del preparto che nel postparto. Siamo stati subito indirizzati al Consultorio di Via Valverde dove gratuitamente (a Milano sarebbe stato a pagamento) abbiamo potuto seguire il corso di preparazione al parto. Un ulteriore valore aggiunto è che la distanza tra il Consultorio e il Reparto è molto breve e per una donna che si trova in quel particolare stato emotivo sapere di avere il sostegno di queste strutture a così corto raggio fa la differenza.

Avete ricevuto anche un’assistenza post parto adeguata?

Assolutamente sì. Per il post parto abbiamo potuto contare su un assistente a cui ci potevamo rivolgere 24 ore su 24. E ancora una volta abbiamo trovato personale disponibile e assolutamente aggiornato. Un altro lato positivo è la presenza del Reparto di Pediatria nell’Ospedale per cui abbiamo avuto la certezza e la rassicurazione che vi fosse sempre il personale medico per visitare il bimbo in qualsiasi momento qualora fosse stato necessario. Per questo motivo credo che il punto nascita non possa prescindere dalla presenza del reparto di Pediatria. Inoltre vi è un grande rigore per l’igiene e una grande attenzione per il neonato. C’è  stato anche il totale coinvolgimento della figura paterna. Non succede dovunque. Tuttora, una volta al mese, da Milano continuo a recarmi a Iglesias agli appuntamenti per le visite a mio figlio.

Quale è stata la vostra reazione alla notizia della ventilata chiusura del reparto di Ostetricia e Ginecologia?

Siamo rimasti basiti e molto dispiaciuti nell’apprendere della volontà di chiudere il reparto.  Sarebbe un vero peccato perdere questo importante e funzionante punto di riferimento che, come vi ho raccontato tramite la mia esperienza, è una vera isola felice. Si tratta di una piccola eccellenza e non deve andare persa. L’ottima sinergia tra il reparto di Ostetricia, quello di Pediatria e il Consultorio è possibile solo perché tutte le strutture si trovano a breve distanza l’una dall’altra. Pensare di trasferire uno solo di questi reparti minerebbe il funzionamento ottimale di tutto il resto. Speriamo quindi che non si proceda allo smantellamento dell’Ospedale. Se dovessimo avere un altro figlio io e mio marito vorremmo che nascesse ancora lì.

                                                                                                                        Enrico James Scano








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