15 – Il Capodanno di Ugo – Seconda parte

29 12 2013

parigi_ugoSono in fila sotto la Torre assieme a Jackie.

Passiamo l’intera serata in fila. Una fila chilometrica. Cala il buio e cala un freddo cane. Mi sento come fossi in un ghiacciaio. Vedo i pinguini in fila davanti a me. Hanno cappucci, giacche e sciarpe. Camminano lenti verso la biglietteria. C’è la fila per i biglietti e c’è la fila per entrare. Poi la fila per salire sull’ascensore. Anche io sono un pinguino. Jackie è una pinguina dai capelli corvini. Io però soffro il freddo più degli altri. Sto per morire assiderato. Fortuna che Dio mi tiene in vita. Forse Dio sta progettando di far cadere l’aereo al ritorno e gli servo ancora vivo. Io e Jackie adesso siamo dentro. Finalmente siamo sull’ascensore verso la prima terrazza della Torre ed abbiamo di nuovo le nostre sembianze. Penso che la Torre vista da vicino sia molto più bella. Non è come sembra da lontano. Non è uno stupido ammasso di ferraglia. Mi sbagliavo. E’ bellissima, invece. E’ tutta illuminata, c’è tanta gente dentro. Persino dei negozi. Quando usciamo nelle terrazze ci trasformiamo di nuovo in pinguini. Batto letteralmente i denti per il freddo. Non mi godo il panorama. Giuro che la prossima volta che torno a Parigi, ci vengo a primavera con lo scioglimento dei ghiacci. Siamo sull’ultima terrazza, Parigi by night è così bella che cerco di scattare qualche foto. Ci esce anche un autoscatto di me e Jackie. Al negozio di souvenir compro qualche cartolina da spedire ai miei e una miniatura della Torre per mia Nonna che colleziona tutti i monumenti del mondo. Decido che una cartolina la spedisco anche a casa mia, indirizzata al mio Pirandello. Spero che mio fratello si stia occupando di lui al meglio come gli ho tanto raccomandato.

Sono passate molte ore. Ho già visto un importante pezzo di Parigi e sono contento. La Torre e i campi di Marte mi affascinano. Nei prossimi giorni Jackie lavora ma posso tornarci da solo quando voglio. Per la visita ai musei Jackie mi dà molti consigli e informazioni. Non è difficile spostarsi con tutte quelle linee di metropolitana. Sulla strada verso l’albergo compriamo due panini al prosciutto e formaggio e qualche bibita. Jackie non cucina. Menomale, penso. All’albergo ora non c’è Baffetti ma un altro tizio ha tenuto d’occhio la mia valigia per tutta la serata. La mia valigia pesa una tonnellata. Colpa mia che mi sono portato tutti i miei maglioni pesanti dell’armadio perché ho paura del freddo di Parigi. Io un freddo così non l’ho mai sentito da nessuna parte. E’ un freddo che ti paralizza. Mi paralizzo ancora di più quando scopro che il palazzo della mansarda di Jackie è un palazzo molto antico e non ha ascensore. La mansarda si trova al quinto piano e per raggiungerlo si percorre una ripida e stretta scala a chiocciola. Grido pietà mentre trascino la valigia su per i terribili gradini cigolanti. Più che maglioni pare contenga dei tonni belli grossi. Arrivo su senza fiato. Sono stanco e infreddolito. Debilitato e affamato. La mansarda di Jackie è una catapecchia. Fatta tutta di assi in legno, fili elettrici che penzolano dal soffitto e passano da una camera all’altra. Non ci sono finestre ma solo tre lucernari. Quel buco del mio appartamento al confronto è una reggia. Mi chiedo se in Francia questo sia tutto a norma. In Italia non penso.

La mansarda è composta da: una grande stanza dove trovano spazio la cucina e un letto matrimoniale sul fondo; da un bagno a cui si accede tramite una porta scorrevole; e da uno stanzino che Jackie usa come dispensa e dove ha sistemato un letto singolo. Ora non ho voglia di pensare. Mangio quel panino, bevo un sorso d’acqua. Mando un messaggino a mio fratello per dirgli che sono ancora vivo e per chiedergli del gatto. Breve passaggio al bagno. Indosso il pigiama e chiedo a Jackie se il mio letto sia quello della dispensa. Jackie mi dice che no, il mio è quello matrimoniale, ci dorme lei nella dispensa. Non ho voglia di discutere. Le do la bonne nuit e mi infilo sotto le coperte. Mi accorgo che c’è tanto freddo anche nella mansarda. Lo dico a Jackie. Forse ha una coperta in più, mi dico. Jackie esce dal bagno e mi dice che ha lei la soluzione. Mi dice di spogliarmi. Le dico che spogliarmi non mi sembra la soluzione adatta, anzi. Ma Jackie mi dice di fidarsi di lei. Mi fido. Mi spoglio. Ora sono nudo. Jackie si spoglia ed entra nel mio letto. Dice che mi scalderà lei. Vuole fare l’amore con me. Ma io non credo di amarla e glielo dico. Sono proprio un cretino romantico dal cuore spezzato e non amerò mai più. Allora chiamiamolo semplicemente sesso, dice. Non vuole che tocchi proprio a lei dover smentire lo stereotipo del maschio-marpione-seduttore  italiano con le straniere.  Così poggia le sue grandi tette sul mio petto e sebbene io sia stanco morto accetto di buon grado di essere riscaldato.  Le sue argomentazioni sono ineccepibili. E lo facciamo.

 Mi sveglio. E’ già luce. L’unica cosa che ho ancora addosso è l’orologio. Guardo l’ora, è ancora presto. Da qualche parte suonano LVie en rose. Forse l’ascolta qualche vicino di mansarda. Mi sembra di essere in un sogno. La musica accompagna i miei pensieri. Mi giro e Jackie dorme ancora. E’ completamente nuda e scoperta. Si vede che non soffre il freddo. La sua pelle candida contrasta con i suoi lunghi capelli corvini. E’ bella Jackie. All’improvviso il colore del cielo di Parigi fa capolino dai suoi occhi. Si sentiva osservata, dice. Sorrido. Lei sorride. Dice che vuole di nuovo fare l’amore con me. Subito. Appena sveglia, desidera questo buongiorno. Lo fa per me – dice – vuole riscaldarmi per affrontare meglio il freddo parigino che mi attende là fuori… Così lo facciamo di nuovo. E’ di nuovo bellissimo come ieri notte. Poi io mi infilo i calzoni e vado a preparare la colazione. Metto a scaldare il latte in un pentolino sul gas dei fornelli. Jackie mi raggiunge e mi dà le indicazioni per trovare il caffè nella dispensa. Faccio anche il caffè. Jackie ha una piccola caffettiera che non usa spesso ma per me va bene. Beviamo un caffèllatte italiano, come lo chiama lei. Poi mi spinge sul bancone e mi sfila i pantaloni. Vuole farlo di nuovo, questa volta sul bancone della cucina. Non è ancora sazia. Tre volte nel giro di un paio d’ore. Un record per me, penso. Da sfinimento. Ma non mi tiro indietro.

Oggi passo l’intera giornata al Louvre. Accompagno Jackie all’albergo e proseguo da solo un po’ a piedi e un po’ usando la metropolitana. Il Louvre è immenso e ci rimango un’intera giornata. Sono convinto di aver visto tutto ma poi mi accorgo di aver visto solo una piccola parte di questo grande museo. La Monna Lisa mi guarda da dietro il plexigas con sguardo beffardo. Sa tutto di me, penso. Sa della mia vita. Se la ride. La guardo e sottovoce le rispondo che non c’è proprio niente da ridere, cara Lisetta. Tu piuttosto, costretta a rimanere qui dentro, prigioniera di questa stanza, con tutta questa gente che ogni giorno ti guarda e ti osserva. Davanti a tutti questi flash, costretta a sorridere forzatamente a ogni scatto, anche quando non ne hai voglia. Un po’ di respiro soltanto la notte quando cala finalmente il silenzio. Dura la vita da star. Nella vana attesa che il tuo Leonardo ritorni. Dietro a quel sorriso credo proprio che ci sia tanta amarezza ormai. Lisa cara, pensa agli affari tuoi che ai miei ci penso io.

Nei giorni seguenti faccio il tour di tutti gli altri musei. Amo l’arte in tutte le sue sfaccettature. Una giornata io e Jackie la passiamo alla Reggia di Versailles. La temperatura è sotto zero e così anche gli zampilli delle fontane dei grandi giardini sono incredibilmente ghiacciati, bloccati nel tempo e nello spazio. Quasi non riesco a camminare, credo che anche il mio sangue sia lì lì per solidificarsi. Meno male che c’è sempre Jackie pronta a scaldarmi, in ogni momento della giornata.

Mi innamoro di Montmartre e del quartiere degli artisti. Pittori e disegnatori ad ogni angolo delle strade, un’atmosfera magica e di altri tempi. Mi sembra di essere finito in uno di quei romanzi del 1800 o inizi 1900. Forse con un po’ di fortuna potrei riuscire a imbattermi in Zola, Dumas, Hugo, Verne e chissà in quanti altri. E invece ci imbattiamo in un sexy shop. Jackie mi trascina dentro e passo dal pieno romanticismo all’esibizione di attrezzi per il piacere sessuale di vario genere. Jackie acquista qualche completo intimo particolare, questi sono commestibili, dice lei. Si possono mangiare. E così quella notte ceniamo a letto a base di biancheria intima alla frutta.

 Ed ecco finalmente il 31 Dicembre. L’anno è finito ed io e Jackie decidiamo di festeggiare l’arrivo di quello nuovo sotto la Torre Eiffel.

Ci sono migliaia di persone attorno a noi. La torre è bellissima, è illuminata a giorno e ci sono dei giochi di luce che la percorrono in lungo e in largo. Qualcuno scoppia dei petardi. Nel cielo invece fanno capolino a intervalli regolari dei bellissimi fuochi d’artificio. C’è polizia dappertutto e tanta gente ubriaca. In questa occasione speciale la metropolitana è gratuita e uscire dal sottopassaggio ha richiesto una buona mezzora, stipati come sardine manco fossimo ad un concerto degli U2. Sarebbe bastato un piccolo allarme per far sì che quel branco festaiolo mi schiacciasse come una formica. Arriva la mezzanotte. La torre si spegne all’improvviso, buio completo. Poi si riaccende di colpo, luminosa nella notte mentre impazza dappertutto l’allegria e coloratissimi giochi pirotecnici invadono il cielo di Parigi. Io e Jackie ci baciamo sotto la Torre. Io non la amo sul serio, e manco lei mi ama sul serio. È stata solo un’avventura. Mi accorgo però che questa parentesi parigina mi ha restituito la voglia d’amare, mi ha restituito la speranza che avevo quasi perso. Il vero amore mi aspetta. Grazie Jackie, tu e Parigi avrete sempre un posto nel mio cuore.

 Adesso sono di nuovo sull’aereo, di ritorno vero la mia bolla spazio temporale. Verso il mio purgatorio personale. Ricomincia il supplizio. Ugo ritorna alla missione. Ugo, telefono casa e Pirandello.

Incontro Gilberto all’Eat Parade. Non è solo, stavolta è in compagnia. Lei è una ragazza slavata, cicciotella, un po’ sboccata. Però è simpatica. Si chiama Livia ed è la ragazza che ha conosciuto nella chat. Gilberto ha lo sguardo trionfante, di chi mi vuole dire visto-che-avevo-ragione? Credo che a questo punto Gilberto debba avere qualche dote ben nascosta, molto ben nascosta. Li guardo e penso sia strano vedere Gilberto di fianco a una ragazza rimorchiata online. Mi chiedo, come farà Livia a sopravvivere alle battute, all’alito e ai baci di Gilberto? Forse anche Livia deve avere qualche difettuccio, deve essere un po’ pazza per stare con uno come Gilberto. Poi però mi accorgo di essere cattivo a fare questi pensieri, sono sinceramente felice per loro invece. Adesso, volente o nolente, c’è pure Livia nella mia vita, una nuova presenza in questo anno nuovo. Qualcosa comincia già a cambiare.  

L’indomani usciamo in tre a mangiare una pizza. Racconto del mio viaggio a Parigi, mostro loro le foto. Non appena vedono le immagini di Jackie vanno entrambi in visibilio. La mia ragazza francese è bellissima. Cerco di spiegare che Jackie è stata solo un’avventura ma anche Livia non mi sta a sentire e fa apprezzamenti pesanti sulle tette di Jackie. Ora capisco quanto lei e Gilberto si somiglino.

Mentre mangiamo ho la sensazione di essere osservato. Quando mi giro scopro di aver ragione. Al tavolo alle mie spalle vi è un gruppo di miei amici. Si tratta di Affy, Laura, Fotograffio, Ludmilla, Carla, Ben e Leonardo. Conversano amabilmente davanti alle loro pizze fumanti, è proprio una bella tavolata. Mi alzo per salutarli e per augurare loro buon anno. Ci scambiamo baci e abbracci. E’ davvero bello rivederli. E ci lasciamo con l’augurio di rivederci presto.

A fine serata, lasciato il locale Livia e Gilberto si uniscono a me per fare due passi nella notte. Tra di loro si scatena all’improvviso una poderosa gara di rutti. La birra e la cola hanno fatto effetto. Ora non ho più dubbi. Sono davvero fatti l’uno per l’altra…

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Ugo vi dà appuntamento al nuovo anno con le sue nuove avventure.  Buon 2014 a tutti! Che sia un anno di salute, successi e desideri realizzati! E che la crisi faccia finalmente un passo indietro. Ne abbiamo tutti veramente bisogno.  Enrico M. Scano

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14. Il Capodanno di Ugo – Prima parte

28 12 2013

parigi-capodanno-4Sono sull’aereo, in partenza dall’aeroporto del Capoluogo. Volo diretto per Parigi. Mi aspetta un capodanno sotto il cielo francese, in compagnia della mia amica di penna Jackie. Non appena ha saputo del regalo dei Nonni non ha perso tempo e ha subito organizzato la mia vacanza. Sarà la mia guida, ha detto. Credo che i maschi italiani, anche i più cessi, destino sempre un certo interesse nelle donne francesi. Lo so, lo so, sono stupidi stereotipi! Il comandante informa che siamo pronti al decollo. Le hostess e gli steward si accertano che tutti abbiano allacciato le cinture. Si parte. L’aereo comincia a muoversi. Io mi sento mancare. Mi piace viaggiare ma non mi piace l’aereo. Io opterei per il teletrasporto, se esistesse. Pazienza per il rischio di smaterializzarsi. Io sono già smaterializzato. Adesso più che mai. L’aereo è arrivato sulla pista come avrebbe fatto una semplice auto ma muovendosi su tre ruote. Adesso prende la rincorsa. Comincia ad avanzare, va sempre più veloce. E’ davvero incredibile che nel giro di un paio di secondi saremo tutti per aria col vuoto che ci preme sullo stomaco. L’aereo si stacca da terra, voliamo verso il cielo. Io sono vicino a uno dei motori e sento tanto rumore. Mantengo gli occhi chiusi e le mani serrate sui braccioli ancora per un po’. E mantengo anche il respiro. Prima sceglievo sempre  il posto vicino al finestrino perché guardare dall’oblò mi regalava una certa sicurezza. Ora scelgo il posto sul corridoio dopo aver letto i risultati di una statistica effettuata sui sopravvissuti ai disastri aerei. Pare che la maggior parte di loro avesse il posto sul corridoio e abbiano potuto raggiungere più agevolmente le uscite di sicurezza. Tutte stronzate! Adesso sì che dovrei essere tranquillo. So pure dove sono le uscite di emergenza e so che sotto di me c’è un utilissimo giubbino gonfiabile. Meglio non pensarci perché è spaventoso. Quasi come la mia situazione. Penso che al mio ritorno sull’isola di Lost proporrò alle compagnie aeree l’uso del paracadute della Dharma Initiative invece che giubbini gonfiabili. Almeno se poi tiri il cordino una speranza di salvarti ce l’hai.

Usciamo dalla bolla spazio temporale della mia regione. Non penso al mio passato ora. Non penso a quel buco di appartamento, non penso a Briciola, non penso al libro che mi ha regalato Papà. Ora penso solo a Parigi. Penso alla Ville Lumière addobbata a festa. E’ la mia prima volta, non ci sono mai stato. Jacqueline, o Jackie come la chiamo io, mi aspetta.

Inganno il tempo del viaggio leggendo Chéri, il romanzo della scrittrice Colette. Leggo della passione scandalosa e impossibile tra il giovane Chéri e la più matura Léa. Chiudo gli occhi e immagino di incontrarli per le strade di Parigi.

Ora siamo quasi arrivati e il comandante ci avvisa di riallacciare le cinture perché è imminente l’atterraggio. L’ altro momento critico del volo che detesto perché ne ho paura. Meglio davvero correre il rischio di essere smaterializzati, dico io. Penso a quanti incidenti aerei siano avvenuti a volo quasi finito perché magari non si è aperto il carrello delle ruote o per una manovra sbagliata del pilota. E’ un momento delicato. Se il destino vuole tra un po’ saremo di nuovo tutti con i piedi per terra ed il naso all’insù a guardare quel cielo lontano dove fino a qualche minuto prima stavamo navigando. Se no, male andando, staremo bruciando tra le fiamme dell’Inferno! L’aereo si abbassa, vola in mezzo ai palazzi. Vedo distintamente case, tetti, finestre, porte, auto, persone. Tutto questo sembra quasi entrare nell’aereo. Ecco poi il rumore metallico del carrello-ruote che si apre. L’aereo pare rimbalzare su quella pista, più e più volte. Io ho gli occhi chiusi, le mani serrate. Spero che se esiste un Dio allora non desideri un incidente proprio adesso. Magari al ritorno. Ma non ora. Adesso devo godermi almeno Parigi e conoscere Jacqueline che io chiamo Jackie. Magari al ritorno, ma non ora. L’aereo comincia una tremenda frenata, le ruote stridono sull’asfalto. Poi si ferma di botto e mi ritrovo con la faccia sul sedile che ho di fronte. E’ finita. Siamo arrivati! Che la mia vacanza abbia finalmente inizio!

L’aeroporto Charles de Gaulle è un grande aeroporto. Sono in attesa del mio bagaglio che ancora non si vede. Mi sento in un’altra dimensione. Sono lontano da casa. Lontano dalle mie non scelte. Momentaneamente sono un uomo nuovo. Diverso. Libero.

Non conosco l’aeroporto e non so bene di preciso dove mi aspetti Jackie. Sa che arrivo a quest’ora e viene a prendermi. Ma non so dove. Comunque la riconoscerò. Spero che le foto che mi ha mandato ritraggano proprio lei e non una sua amica.

La mia valigia verde speranza ha fatto capolino sul nastro trasportatore. Mi sporgo per prenderla e perdo l’equilibrio. Cado sul nastro trasportatore proprio sopra la valigia. Tutta quella gente attorno  ride di me  un po’ in italiano e un po’ in francese mentre sono a gambe all’aria sul nastro e vengo trasportato con la valigia inesorabilmente dentro il tunnel. Non riesco a muovermi e la valigia pesa una tonnellata. Colpa mia che mi sono portato tutti i maglioni pesanti che ho perché ho paura che faccia freddo a Parigi. Quelle facce sconosciute mi guardano come un bagaglio non loro e ridono. Il tunnel è vicino. Sto per essere inghiottito. Sta per avvenire il peggio quando una mano amica mi afferra al volo e mi salva in extremis.  La riconosco, è proprio Jackie. Una sua cara amica lavora all’aeroporto e l’ha fatta sgattaiolare dentro per venire a darmi il bienvenue.  Che fortuna! Ora è tutto un comment ça va, comment ça vas tu e tanti bisous.

L’auto di Jackie è una piccola utilitaria gialla. Lasciamo l’aeroporto e ci immettiamo sull’autostrada. Lei parla mentre io mi guardo attorno. Capisco la metà di quello che dice. Il paesaggio ai lati dell’autostrada non è molto diverso da quello delle nostre autostrade italiane. Prati, tralicci, corsi d’acqua, capannoni, industrie. Poi palazzoni di periferia, grandi slarghi, passaggi a livello. In lontananza vedo qualcosa che svetta su tutto il resto e riflette la luce del sole. Jackie dice che quella è la Torre Eiffel ma io non ci credo. Quell’ammasso di ferraglia grigio che vedo laggiù non può essere la Torre Eiffel. Se quella è la Torre Eiffel allora sono già deluso. Non è come la immaginavo.

Jackie corre. Sorpassa bus, sorpassa camion, sorpassa auto e corre. Corre e scala le marce della sua utilitaria gialla che non ho capito ancora che modello sia.

Jackie ha una decina di anni più di me e non ha un fidanzato. Ha i cappelli corvini, lunghi e grossi. I suoi occhi cerulei si confondono col colore grigio del cielo di Parigi. Indossa uno scamiciato nero con una ampia scollatura dalla quale si intravede il seno – che è tanto grosso- ed una cintura marrone all’altezza dei fianchi. Ha due tacchi vertiginosi che però non le impediscono di guidare. Alle orecchie pendono due orecchini con la bandiera italiana. Li ha messi in mio onore, suppongo. So che lavora in un piccolo albergo vicino alla Torre. Non vive più con i genitori ma si è trasferita in una piccola mansarda parigina che sta a poche centinaia di metri dal piccolo albergo. Jackie mi dice che stiamo andando proprio all’albergo. Oggi si è presa una giornata di vacanza ma deve passare un attimo per comunicare al suo sostituto alla Reception alcune precisazioni sui loro nuovi clienti in arrivo nella serata. All’improvviso frena e inchioda. Se avessi avuto la dentiera mi sarebbe certo volata via. Mi dice che siamo arrivati. L’alberghetto è una costruzione antica a più piani. All’entrata vedo due alberi di natale addobbati con palline bianche, rosse e blu, in pieno gusto nazionalistico. Jackie entra e mi fa cenno di seguirla. Parla con un giovane uomo alla reception. Parlano velocemente, non capisco una sola parola. English, please, mi viene da dire. Ma non stanno parlando con me. Dopo una discussione animata, Jackie si ricorda di me e mi presenta al suo collega. Il collega si chiama Jean-Paul. Come Jean-Paul Belmondo mi dice lui e sottolinea Belmondo perché è una parola italiana. Forse crede che così ci capiamo meglio. Ma io se parlano piano li capisco, faccio presente. Jean-Paul ha due baffetti rossicci che sembrano posticci. Decido che per me Jean-Paul sarà Baffetti. Baffetti mi dice che Jackie è una donna molto dolce, simpatica, gentile e molto generosa. Me lo può assicurare. Baffetti mi dice ancora di godermi questa mia settimana parigina. Dice che sarà divertente ma anche stancante e che alla fine di sicuro non vedrò l’ora di tornare a casa perché le vacanze sono sempre così. Alla fine provi nostalgia.

Jackie decide che le mie valigie per adesso le lasciamo alla reception dell’albergo. Baffetti le terrà d’occhio. Infatti è quasi ora di pranzo e non passeremo alla sua mansarda che per sera. Io avrei voluto rinfrescarmi un po’ prima di uscire. Ora non ho fame. Ma quello che voglio fare io non conta. Conta che è quasi ora di pranzo e bisogna subito andare a mangiare se no non troviamo più nulla. Guardo l’orologio e per me le undici e mezza sono presto. Per Jackie e Baffetti invece le undici e mezza sono tardi.

La Brasserie preferita di Jackie non è lontana dall’albergo. Solo qualche minuto a piedi. Sono emozionato. Respiro finalmente l’aria frizzante di Parigi. L’arte è intorno a me. I cafè letterari e degli artisti sono attorno a me. I parigini con le baguettes sono attorno a me. Tutto scintilla. Jackie mi guarda e dice che sono carino ma ho un’aria buffa. L’aria buffa non mi è nuova. Ma merci beaucoup per il carino. Anche lei è carina con quei capelli corvini e quelle grandi tette. Ora poi ha gli occhiali da sole e non si vedono quegli occhi cerulei, grigi come il cielo sopra Parigi.

Ci sediamo a un tavolo. Chiedo indicazioni per il bagno e lascio ordinare a Jackie. Lei dice di fidarsi. Dice che conosce il menù e sa il fatto suo. Ok Jackie, mi fido ma ora mi scappa la pipì. Il bagno è piccolo ma pulito. Finalmente posso rinfrescarmi un po’. Sono ancora un po’ stordito dal volo. Acqua fresca è quel che mi ci vuole. Mi soffio il naso, mi tolgo una cispa dall’occhio. Con la mano mi pettino i capelli. Torno al tavolo. Torno e scopro che al tavolo adesso siamo in quattro. Il cameriere nel mentre ha unito tutti i tavolini in un’unica bancata. Jackie dice che si usa così. Si usa unire i tavolini per far socializzare i clienti mentre mangiano. Io mentre mangio farei anche a meno di socializzare con sconosciuti. Io sono lì per socializzare con Jackie. Voglio vedere Parigi ma soprattutto in questo momento sono qui per riempire lo stomaco senza ingurgitare più aria del necessario. Ma i nostri vicini di tovagliolo stanno al gioco del cameriere. Scopro che il ragazzo nero di fianco a me è un americano della Louisiana mentre la donna bianca e slavata seduta di fronte a lui è la sua ragazza. Mi parla in americano e lo capisco benissimo. Diventiamo amiconi. Lui e la ragazza sono in Europa per un viaggio di due mesi. Sono appena arrivati in Francia, proprio come me. L’Italia è la loro prossima meta. Mi chiedono qualche consiglio. Sono due simpaticoni. Arriva l’entrèe. Per me Jackie ha ordinato un passato di cavolo e verdure varie. Anche gli americani hanno preso lo stesso. E’ il meglio. Ci guardiamo schifati mentre lo sorseggiamo. Jackie lo adora invece. Niente primo piatto, si va subito al secondo . Ovviamente anatra arrosto e paté di fegato d’oca. L’anatra è buona ma è poca. Il paté invece è molto e lo lascio. Jackie dice che non lo si può lasciare perché se no si offendono. E’ una cosa prelibata, il paté. Così si sacrifica e lo ingurgita tutto lei. Ci alziamo e saluto les américaines. Dopo tutto è stato un piacere conoscerli. E provo un po’ di dispiacere a lasciarli andare via così, senza neanche scambiarci un recapito o il contatto facebook. Un po’ meno piacevole invece è stato il pranzo. Ma Jackie non ne ha colpa. Jackie è gentile con me e mi ospita nella sua mansarda. Quindi offro io e usciamo dalla Brasserie. Ora però  sì che ho fame! 

fine della prima parte





Buon Natale 2013! Merry Xmas!

24 12 2013
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Auguro a tutti i miei Amici e Followers del blog un felice Natale in compagnia dei propri Cari. Che siano Giorni Lieti e Straordinari!

Enrico M. S.





Slang sardo for dummies

21 12 2013

slang-870x320Oggi Vi vorrei parlare dello slang sardo, ossia modi di dire di cui solo un sardo o chi conosce un po’ la Sardegna è in grado di comprendere le sfumature.  Molti di questi sono forme italianizzate di parole in sardo, altre sono termini in italiano che in Sardegna presentano accenti e significati diversi. Chi è sardo dunque  non potrà che confermare, puntualizzare meglio o correggere, chi non lo è potrà avere un piccolo vademecum per ritrovarsi nel magico mondo della Sardegna. Chi avesse altri esempi da condividere non esiti a scriverli nei commenti! Li inserirò, citandoVi, come aggiornamenti all’interno di questo post ! A si biri!

Cominciamo proprio dalla fine ossia da “A si biri”:  A si biri è una tipica forma di saluto sardo che significa letteralmente Arrivederci! Ci sono molte altre forme di saluto e di augurio. Una che mi piace particolarmente è l’augurio A meras annos  indicato per quando ci sia augura di rivedersi per un evento ricorrente come un anniversario per molti e molti anni ancora. Letteralmente, come forse si capisce, significa “A molti anni”.  A chent’annos invece è l’augurio che si fa a chi compie gli anni. Sarebbe l’equivalente di “Cento di questi giorni”!

Se invece un sardo dice Su Buginu  non sta esprimendo gioia bensì si sta lamentando di qualcosa o qualcuno paragonandolo al boia, che è il primo significato di questo termine. A fine 1700, inoltre, manco a farlo apposta venne nominato Ministro per gli Affari Sardi del Regno Sardo-Piemonese il politico G.Battista Lorenzo Bogino di Torino.  La sua politica presentò luci e ombre e non tutti i suoi provvedimenti vennero accolti dal popolo col sorriso sulle labbra (un po’ come succede ancora oggi con il Governo attuale!) Per questo motivo, data l’assonanza del cognome con la parola in sardo, venne istintivo associare il suo cognome a un “carnefice del popolo” e ricordarlo con un’imprecazione. Qualcuno sostiene che Su boginu sia solo da riferirsi al significato di boia (a me i vecchi hanno sempre raccontato l’aneddoto su Bogino e sul malcontento che aveva scatenato; la relativa pagina di Wikipedia che invece loda la sua politica illuminata mi sembra solo un antipatico tentativo di riscrivere la storia). In ogni caso, in qualunque modo la si pensi, resta il fatto che dire Su Buginu! è senza ombra di dubbio una tipica esclamazione di rabbia o stupore tipica dell’Isola.

Eja è una delle parole che sentirete più spesso e significa semplicemente!    Ad esempio: L’hai comprato il pane? Eja, Mamma!   – L’avete visto il film? Eja! L’abbiamo visto.  E ancora:Vi siete iscritti al blog di Enrico M. Scano? Eja!! 😉

C’è anche Ajo! Quante volte ormai l’avrete sentita? Si tratta di una esortazione. in inglese sarebbe Come on! In Italiano è Dài!  Può essere usato nel senso di Ajo, andiamo! oppure Ajo, ma che dici?  nel senso di Ma dài!Che dici! Non dirne!

Continuiamo la rassegna e passiamo ai termini in simil-italiano. Dire che qualcosa è togo in Sardegna significa che quella cosa è figa e interessante. Anche una persona può essere definita toga. Troppo togo! è quindi un’esclamazione molto frequente. Troppo togo il blog di Enrico M. Scano, non è vero? Eh eh! 😉

i Sardi usano poi l’aggettivo inquieto in due modi: una è quella canonica dell’italiano che si riallaccia al significato di ansioso e agitato.  Ma spesso e volentieri i Sardi usano questo stesso aggettivo con una diversa pronuncia e una diversa sfumatura di significato.  Quando infatti dicono inquieto pronunciandolo in-cui-eto (sostituendo la q con la C) non significa più ansia bensì rabbia. Sono troppo in-cui-eto, mi ha fatto in-cui-etare. Significa Sono troppo arrabbiato, mi ha fatto arrabbiare. Quindi attenti a notare questa sottile differenza!

In Sardo non essere in forma o non avere voglia di far nulla si dice teniri mala gana ossia letteralmente  avere la brutta voglia. Dunque se qualcuno vi dice che ha brutta voglia significa probabilmente che ha la nausea o non si sente bene. Quindi attenzione!

Un altro modo di dire molto usato riguarda il verbo fare. In Sardegna fare si sostituisce spesso al verbo fungere, funzionare e riuscire per cui quando qualcosa funge in Sardegna si dirà semplicemente che fa! Se non funge o non  riesce si dirà  non fa! Facciamo qualche esempio: Sei riuscito a far funzionare la radio? No, non fa!  Cioè, no, la radio non funziona, non sono riuscito ad aggiustarla, non funge. Oppure mettiamo caso che si stia avvitando una vite all’interno di un tassello e la vite non ne voglia sapere di entrare…un sardo se interpellato alla domanda secca Fa? (ossia: ci riesci? funge? funziona?) potrà esclamare a sua volta No, non fa! Ossia non entra, non si fissa. E così via per altre situazioni simili! Simpatico, no?

Se in Sardegna qualcuno ti ha detto cosa, significa che sei stato sgridato. Un bimbo che torna a casa e dice alla mamma  “La vicina mi ha detto cosa perché stavo giocando a pallone davanti a casa sua” sta dicendo in realtà che la vicina lo ha sgridato! Dire cosa = sgridare!  Fissàtelo in mente.  Se qualcuno vi dice cosa non è un buon segno! 😛

Torniamo ancora per un momento  alla lingua sarda: e mera e’ cosa  è sardo sardo e sta a significare Cosa vuoi più di questo che è già troppo?  Accontentati!

Te peccau o ta lastima significa Che peccato! Ma molto spesso è usato con ironia nel senso esattamente contrario ossia Ben gli sta! Te/lo sei/ Se lo è meritato!

Se entrate in un negozio di abbigliamento, specialmente nel sud Sardegna, e chiedete una canadese nessuno si scandalizzerà e nessuno vi indirizzerà a un negozio di articoli da campeggio come è successo a una mia amica a Milano! XD  Infatti in Sardegna una canadese oltre a essere una tenda da campeggio è anche una tuta sportiva. E non basta. La canadese è anche una pizza che troverete sulla maggior parte dei menù, sempre nel sud sardegna. Pare infatti che all’inizio del Novecento una colonia di canadesi si fosse stabilita a Cagliari. I Canadesi erano ghiotti di pizza con wurstel, prosciutto cotto e funghi e questo tipo di pizza veniva preparato così proprio su loro richiesta. Da quel momento  prese così il nome di pizza canadese. Anche la tuta probabilmente si chiama così per lo stesso motivo visto che  agli occhi degli eleganti Cagliaritani  i Canadesi vestivano in modo molto più sportivo!

Vi sono ancora tantissime espressioni che non mi sono venute in mente in questo momento! Chi ha altro da aggiungere sullo slang sardo parli ora o taccia per sempre! Sarebbe simpatico se gli utenti delle altre regioni italiane postassero qualche loro modo di dire con la relativa spiegazione. Sicuramente non mancheranno.  Io ormai ho imparato anche i modi di esprimersi pugliesi grazie alla mia fidanzata.  Uniamo l’Italia! Vi aspetto, commentate, commentate e commentate!  A SI BIRI!!! 😀





Diario di Ugo/13.Natale è sempre Natale

17 12 2013

sfondo-natale-112È arrivata l’ora di scartare i regali. Ognuno li ha depositati sotto il grande albero a luci intermittenti che mio fratello ha decorato personalmente. Io ho preso regali semplicissimi, è il pensiero che conta. A Mamma ho preso dei gomitoli di lana di svariati colori. So della sua passione per la maglia. Sta sempre lì a sferruzzare e a creare dei curiosi cappottini per i cagnolini delle sue amiche. Ho fatto contenta lei e le sue amiche. Un po’ meno i cagnolini, penso! Per Nonno e Nonna ho preso due paia di confortevolissime pantofole ortopediche, proprio quelle della pubblicità che amano. I Nonni apprezzano e i loro poveri piedi ringraziano. A mio fratello che è ancora pazzo per i giochi elettronici ho regalato un piccolo elicottero telecomandato. Adesso è già in giro per la casa a far volare il pirata dei cieli che c’è in lui. Per la sua fidanzatina abbiamo fatto colletta e mamma e papà le hanno preso un profumo fruttato, diverso da quello regalato alla fidanzatina dell’anno scorso. A mia sorella e al suo compagno abbiamo regalato una macchinetta per il caffè, io ho partecipato con una piccolissima quota. Poi c’è Papà. So della grande passione di Papà per il tabacco. Una passione che non condivido perché io non fumo. Lui invece passa ore a giocare a poker o a chiacchierare di politica con i suoi colleghi il venerdì sera e nel mentre fuma la pipa. Così, messa da parte momentaneamente la nostra guerra, assieme a mia madre ho deciso di acquistarne una nuova, ancora più bella di quelle che ha in dotazione. Non crede ai suoi occhi quando apre il suo pacchetto e se la vede davanti. Ci abbracciamo tutti forte forte. Poi prende mia madre da una parte e le sussurra che è un buon regalo, ma lui si aspettava un nuovo fucile per quando va a caccia con gli amici. La caccia è un’altra passione che io non condivido assolutamente con lui. La smettesse almeno di dare la caccia a me, sarebbe già un inizio. E invece ancora non si è fatto una ragione che io non sarò mai un avvocato. Mai. Ora apro i miei regali. Tutti loro conoscono la mia passione per la cinematografia, per la letteratura, per i viaggi e le lingue straniere. Comincio a scartare i regali dei Nonni  e mi ritrovo davanti  una mini video camera HD. Ora posso registrare video e fare montaggi come un vero regista. Mio fratello invece mi regala il dvd dell’ultimo film di Scarlett Johansson. Vado pazzo per Scarlett. Non vedo già l’ora di guardarlo.Ma non è ancora finita:  i Nonni fanno davvero  il botto e mi sorprendono. Sorprendono tutti per la verità. Mi consegnano una busta e dentro ci trovo i biglietti per un viaggio a Parigi, aereo e albergo compresi, a cavallo di capodanno. Non credo ai miei occhi. Dicono che sanno benissimo quanto io ci tenga a visitare quella città e che il viaggio sarà di sicuro per me fonte di grande ispirazione per la mia vita. I miei genitori non sono molto d’accordo e definiscono il viaggio un’inutile distrazione. Fanno capire ai Nonni che sarebbe stato un regalo da evitare e si augurano che non diventi una brutta abitudine quella di fare certi regali. Sono curioso, adesso apro il pacchettino di Mamma e Papà, sembra un libro. Mentre apro il pacchetto immagino possa essere il nuovo libro del mio autore preferito. Ultimamente ho fatto notare più volte a tutti loro che era in uscita proprio per Natale. Spesso uso dare suggerimenti criptati di questo tipo per i regali. Regali utili, sicuri e a poco prezzo. Avevo ragione su di una cosa: è un libro. Una raccolta delle leggi dello Stato italiano. Papà mi dice che mi potranno tornare utili in qualsiasi momento e che magari…magari potrà farmi venire la voglia di iscrivermi di nuovo all’Università e magari seguire le sue orme. C’è ancora spazio per me nel suo studio. Sono ancora in tempo. Nonna Gudape mi guarda e annuisce compiaciuta e con una faccia da stronza. Lei deve essere la regista di questa operazione. C’era da immaginarselo. In questo caso, sarebbe stato molto meglio se non avessero pensato per niente a me. Mi viene la nausea. Quasi mi pento di essere lì. Sanno benissimo quale strada ho scelto di percorrere. Papà adesso vuole fare lo splendido e mi dà delle pacche sulla spalle chiamandomi ironicamente “l’avvocato delle cause perse”. Conto fino a dieci per non mandarli tutti a quel posto nel giorno di Natale. Perché Natale è sempre Natale.

A sorpresa, arriva Pirandello a vendicarmi. Non visto, si avvicina e da sotto al tavolo molla un morso proprio al polpaccio di Nonna Gudape, che ha le gambe scoperte. Ne segue un urlo incredibile, a cui segue ancora l’imprecazione della Vecchia: “Togliete subito quella lurida bestiaccia dalla mia vista!” Fortuna che mi aspetta Parigi, penso. Prendo Pirandello, gli do un bacio e lo metto al sicuro.

Ho preso un regalo anche per Molly. Molly però non lo apre subito. Si prende del tempo. Sistema la cucina prima. Svolge i suoi doveri. Qualche ora dopo, mentre i Nonni vanno via, si congeda e si vede che è stanca morta. Prende il suo pacchetto e si rintana in camera sua.

Sto per andare via anche io, quando passo davanti alla sua stanza. Dall’altra parte della porta immagino Molly che apre il pacchetto e si sorprende quando ci trova un piccolo lettore di musica ed un cd di canzoni filippine che ho scaricato appositamente per lei da internet. Un piccolo gesto per farla sentire un po’ più a casa sua.

Saluto tutti e con Pirandello me ne torno al monolocale. In dormiveglia sogno echi lontani di musica orientale. Vedo Molly che balla. Poi Molly che si avvicina silenziosamente al mio letto. Si inchina su di me e mi bacia su una guancia. Poi sparisce nuovamente nel buio dell’immaginazione e torna a ballare. È il suo modo per dirmi grazie. Sorrido e sono contento. Buon Natale anche a te, Molly.

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WinePIX: tutto il vino in un click

1 12 2013
La App di WinePIX

La App di WinePIX

Nel mondo delle applicazioni interattive per internet, da oggi fa capolino WinePIX, il primo social network per gli amanti dei vini. Si tratta di una simpatica “app” gratuita e completamente made in Sardinia. I suoi creatori infatti sono gli ingegneri Matteo Sanna e Massimo Gessa della Sane Biometrics, una società costola della Università di Sassari. In un mercato dove si presta grande attenzione a ciò che si mangia non poteva mancare anche l’interesse per ciò che beviamo. Bere consapevolmente infatti è importante come e quanto la cura per l’alimentazione. Con WinePIX basta scattare una fotografia dell’etichetta frontale della bottiglia per avere tutte le informazioni che riguardano quel vino: il vitigno, la zona d’origine, la cantina di produzione e tutti i commenti lasciati dagli altri utenti che quello stesso vino l’hanno già assaggiato. Ma non solo: come detto, WinePIX funziona anche come  social network per cui la piattaforma consente di “condividere” i nostri vini preferiti, registrarli nell’apposita area personale “i miei vini”, scambiare opinioni, dare consigli su quali cibi abbinarvi per una migliore esperienza del prodotto, ricevere consigli d’assaggio, contattare perfino i produttori. Sì, perché WinePIX favorisce anche l’incontro tra cantine e clientela e proprio per questo è anche un ottimo canale di distribuzione, alternativo a quelli tradizionali,  per chi del vino ha fatto la sua attività.  I due ingegneri hanno dato avvio al progetto a partire dalle caratteristiche dei vini presenti sulle loro tavole per poi passare ai vini di tutta la Sardegna. I vini rappresentano da sempre i territori di produzione e questa è anche un’ottima occasione per  trasmettere la bellezza della natura e dei paesaggi d’origine. Il prossimo obiettivo è coprire tutta la produzione isolana e poi varcare il confine regionale.  Come per tutti i social network, gli utenti sono una grande risorsa per la piattaforma perché i loro commenti vanno ad arricchire ogni giorno il database di WinePIX di nuovi vini e valutazioni, e tutto questo è possibile farlo direttamente dal proprio cellulare usando questa nuova applicazione.

Per maggiori informazioni visitate il sito winepix.shotpixengine.com

EMS     

ps: (Amo il vino, soprattutto i vini frizzanti e leggeri, bianchi e rosè. Delizia! 😉 )

winepix4





AdC#3 -D’Annunzio e il suo amore per il Nepente di Oliena

1 12 2013
D'Annunzio e il Nepente

D’Annunzio e il Nepente

L’Angolo delle Curiosità #3 – Gabriele D’Annunzio e il suo amore per il vino sardo “Nepente d’Oliena”.

Oggi vi parlo dell’amore per questo vino sardo, il Cannonau Nepente D’Oliena, da parte di Gabriele D’Annunzio che lo celebrò nella sua prefazione al volume Osteria del giornalista tedesco Hans Barth (profondo conoscitore dei vini italiani) e poi  in un articolo che scrisse nel 1910 per il Corriere della Sera intitolato Un Itinerario bacchico.

Nell’articolo D’Annunzio dice che essendo lui  acquatile (astemio)  non potrebbe dare al Barth notizie delle taverne pisane ma, ricordando un suo viaggio giovanile in Sardegna fatto in compagnia dei giornalisti Edoardo Scarfoglio e di Cesare Pescarella, afferma che se l’amico gli farà visita:

“…io vi prometto di sacrificare alla vostra sete un boccione d’olente vino d’Oliena serbato da moltissimi anni in memoria della più vasta sbornia di cui sia stato io testimone e complice…. Non conoscete il Nepente di Oliena neppure per fama? Ahi lasso! Io son certo che, se ne beveste un sorso, non vorreste mai più partirvi dall’ombra delle candide rupi, e scegliereste per vostro eremo una di quelle cellette scarpellate nel macigno che i sardi chiamano Domos de janas, per quivi spugnosamente vivere in estasi fra caratello e quarteruolo. Io non lo conosco se non all’odore; e l’odore, indicibile, bastò a inebriarmi.”… A te consacro, vino insulare, il mio corpo e il mio spirito ultimamente….Possa tu senza tregua fluire dal quarterolo alla coppa e dalla coppa al gorgozzule. Possa io fino all’ultimo respiro rallegrarmi dell’odor tuo, e del tuo colore avere il mio naso sempre vermiglio. E, come il mio spirito abbandoni il mio corpo, in copia di te sia lavata la mia spoglia, e di pampini avvolta, e colcata in terra a piè di una vite grave di grappoli; ché miglior sede non v’ha per attendere il Giorno del Giudizio”

Gabriele D’Annunzio , Un itinerario bacchico, Corriere della Sera del 15 febbraio 1910

Dunque D’Annunzio, seppure astemio, si era innamorato del profumo inebriante del Nepente tanto da chiedere  nella spinta poetica dei versi che alla sua morte il suo corpo venisse lavato con quel vino e venisse poi seppellito all’ombra di una pianta di vite ad attendere il Giorno del Giudizio. Non credo che sia stato accontentato! 😉

Comunque il Nepente è davvero buonissimo. D’Annunzio esagera ma non mente.

EMS








Silva Avanzi Rigobello

I tempi andati e i tempi di cottura

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" Per sentire e sognare in pace, bisogna spegner la luce della ragione... almeno per un po'. "

La tana di Corniola

Appunti di viaggi interiori in continenti ancora da esplorare, riflessioni, cambi di umore e ricerca di sé in un luogo di odori familiari e colori lontani.