Diario di Ugo – 19/ Tramonti

28 03 2014

 

spiaggia-al-tramontoCon tutto il vino che ha ingurgitato il Ferretti, immagino che se lo fermassero a un posto di blocco sulla statale sicuramente non supererebbe l’alcol test, la cosiddetta prova palloncino. Ma poi mi convinco che lui di questi problemi non ne deve avere.  Ha di sicuro le conoscenze giuste per evitare qualsiasi sanzione. E’ il Ferretti, lui.

Gilberto mi invidia tantissimo. Quando gli racconto di come si è svolta la cena, sta ad ascoltarmi, con i gomiti sul tavolo e la testa un po’ inclinata e poggiata sulle nocche delle mani, attento e sognante come se il protagonista di quella storia fosse lui. Mi dice che vorrebbe esserci lui al mio posto. Annabella secondo lui è un bocconcino da non farsi sfuggire. Io penso che lui di donne non ne capisca niente. Si atteggia come se avesse conseguito un master sulla Donna. Per lui le donne non hanno misteri ma poi sul lato pratico è un vero disastro! 

 

Sono con Annabella a questo noiosissimo Seminario sui Materiali da Costruzione. Mi chiedo cosa ci faccia io lì. La situazione è preoccupante. Annabella pare visibilmente emozionata. Ha quasi le lacrime agli occhi quando sente parlare di materiali di rivestimento per interni o quando i relatori discutono dell’importanza di una giusta coibentazione delle pareti. La guardo e penso che in fondo qualcosa in comune ce l’abbiamo. La passione per qualcosa. Io ho la passione per le arti e farei carte false per vivere di sola arte. Lei invece ha la passione per l’Architettura e si emoziona di fronte al cartongesso come quando io mi emoziono per una bella poesia o un bel quadro. Mi viene solo il dubbio di quanto questa sua passione sia genuina e quanto invece sia stata imposta dall’alto. A me pare che Annabella sia una bella ma senz’anima. Vive come sotto un incantesimo. Le è stato detto e ripetuto, come una nenia senza fine, cosa le sarebbe dovuto piacere e cosa no, fino a quando non ha cominciato a crederci davvero. O forse non è così. L’unica cosa che so è che io non voglio fare la sua stessa fine e che una così non mi interessa.

Anche se Annabella un po’ mi fa pena. Vorrei provare a salvarla. O a vedere le sue reazioni in altre situazioni. Le chiedo se vuole unirsi a me per una piccola passeggiata serale al mare. Lei accetta senza fare troppi complimenti e questo mi fa ben sperare. Le mostrerò il Mondo e le aprirò gli occhi. Forse non è ancora perduta.

Arriviamo in spiaggia che è quasi l’imbrunire. Il momento più romantico della giornata. Il cielo assume tutte le gradazioni del viola, le nuvole sono rosa. Qualche coppia cammina mano nella mano mentre il loro cane corre veloce da una parte all’altra e gioca con le paglie marine. Il sole si sta per tuffare in un mare colore arancio per poi scomparire all’orizzonte. Gli uccelli volano via a cercare un riparo per la notte. Il rumore delle ondine che si infrangono in riva fa da supremo sottofondo a questa mia magica sensazione di totale annullamento in quello scenario da capogiro. Guardo Annabella e mi interrogo sui suoi pensieri. Mi chiedo se sia riuscito a farle provare ciò che sto provando io in quel preciso istante. Lei pare assorta e rapita da qualcosa di invisibile attorno a noi. Penso sia un momento catartico, la redenzione del suo spirito a cui viene rivelata per la prima volta cosa sia la bellezza della natura e la potenza delle sensazioni. Respiro a pieni polmoni quella aria salata che ci regala il paradiso. Inspiro, espiro. Ne sono completamente rapito.

Ad un certo punto Annabella si desta e mi dice che vuole mostrarmi una cosa che ha visto. Io comincio a fantasticare con la fantasia. Forse una bottiglia con un messaggio dentro che il mare ha reso dopo tanto tempo. Oppure più semplicemente una bella stella marina arenata sulla spiaggia. Mi trascina per un centinaio di metri e poi mi fa dare le spalle al mare. Davanti a noi sorge, abbarbicata lungo un costone roccioso che dà sulla spiaggia, una grande villa. E’ una villa elegante, circondata da un lussureggiante giardino a sua volta delimitato da una lunga recinzione. Annabella dice che ama quella muratura in trachite. E cosa dire di quel muro in cemento armato? Splendido. Le dà la pelle d’oca. Mi parla dei suoi sogni. Uno dei suoi sogni è quello di costruire una serie di grandi ville, quasi sulla spiaggia, alla maniera dei grandi architetti e di ingegneri europei. E magari costruire una serie di piscine lungo la spiaggia per chi non osa farsi il bagno o prender e il sole in mezzo alla plebaglia. Si potrebbero fare anche dei residence raffinati, per gente raffinata. E un piccolo porticciolo privato per le loro imbarcazioni. Peccato – continua- che le leggi non permettano adesso di costruire così vicino al litorale. Però mai dire mai nella vita. Le leggi si possono cambiare. I sogni esistono per essere realizzati.

Mi rendo conto che Annabella è figlia di cotanto padre. Diventeranno i distruttori del Mondo, altro che costruttori! Mi cadono le braccia. Ogni poesia è spezzata, bruciata in un baleno. Ma tengo tutto dentro, non commento. Faccio finta di niente e la riporto a casa. Lascio che si nutra della sua aridità. Io non sono come loro.

EMS

 

 

 





Lorenza Mazzetti e il suo Diario londinese

28 03 2014
Lorenza Mazzetti

Lorenza Mazzetti

Qualche giorno fa mi aggiravo all’interno di una grande libreria alla ricerca di un buon libro da leggere.  Ho percorso interminabili ed eleganti corsie fatte di scaffali pieni zeppi di libri  ammiccanti, ho visto tante copertine e ho letto tante trame. Fino a che non mi sono imbattuto in lei, in Lorenza Mazzetti. Un nome per me fino a quel momento sconosciuto. Il libro, Diario londinese,  mi ha attratto come una calamita. Io amo tutto ciò che riguarda Londra (sono convinto che in una vita passata io sia stato un londinese!) e non appena ho aperto il libro e ho cominciato a leggere le prime righe ho capito subito che era la lettura che stavo cercando.  Mi sono seduto sui comodi divanetti della grande libreria e ho cominciato a leggere. In men che non si dica sono arrivato a metà libro e ho deciso di comprarlo. Ho finito di leggerlo ad alta quota, su un aereo, tutto di un fiato! Lorenza Mazzetti, regista-scrittrice-pittrice classe 1928, racconta parte della sua vita e soprattutto dà spazio alla sua importante esperienza londinese degli anni Cinquanta quando da Firenze vi si trasferì per studiare alla Scuola d’arte.  La storia della sua famiglia è particolare: orfana dei genitori, venne affidata assieme alla sua sorella gemella Baby alla famiglia di suo zio, Robert Einstein, cugino del grande fisico Albert.  La famiglia Einstein viveva a Firenze ed era ebrea e per questo motivo la moglie di Robert e le sue due bambine vennero trucidate dai tedeschi. Lo zio Robert non resse al grande dolore e si tolse la vita.  La vita ha reso Lorenza Mazzetti  orfana due volte. Londra dunque si prospetta anche come una grande fuga da questo immenso dolore. Un nuovo inizio, senza avere neanche l’ombra di un quattrino in tasca. Diario londinese racconta questa esperienza. E la racconta in un modo semplice, scorrevole, a tratti umoristico e a tratti molto amaro. Nel libro si parla dei due film che Lorenza, fondatrice con alcuni suoi colleghi e amici del Free Cinema Movement,  girò nella capitale inglese usando pochi mezzi tecnici e come attori amici conosciuti lì e comparse scelte per strada. Il primo film che Lorenza girò si intitola K ed è basato sul racconto del suo idolo Franz Kafka, Le metaformosi. Il secondo si intitola Together (1956) e racconta la storia di due operai sordomuti dell’East End londinese.  Nel libro si racconta come è avvenuta la scelta della location (un’ampia zona sterrata, un varco aperto dalle bombe di Hitler) e come il film è stato costruito. Grazie all’interruzione ricorrente del sonoro, Lorenza Mazzetti riesce a mostrarci il mondo visto dai due sordomuti e riesce a descrivere mirabilmente il senso di alienazione e straniamento da ciò che ci circonda. Ieri sera, desideroso di documentarmi maggiormente su questa artista,  sono andato a comprarmi il film e l’ho visto. Molto bello davvero.  Personalmente credo che questo senso di emarginazione lo si provi ogni qualvolta ci si trasferisca in un posto nuovo, soprattutto in una terra straniera. Siamo un po’ tutti sordomuti quando non riusciamo a capire cosa ci viene detto e quando non riusciamo a comunicare con gli altri. Ma credo anche che in Together ci sia fortemente  il dolore muto per la perdita della famiglia Einstein, per l’eccidio operato dai tedeschi ai danni degli ebrei, per il blocco emotivo che è scattato in molti sopravvissuti all’indomani della guerra e che li ha spinti a non parlare e a tenersi tutto dentro.  Descrive questo e altro nel suo libro, Lorenza Mazzetti.  È una lettura che Vi consiglio vivamente. Precedentemente l’artista ha scritto anche un altro libro, Il cielo cade. Qui parla più approfonditamente di cosa successe alla famiglia Einstein e dello sterminio nazista vissuto in prima persona quando era ancora una ragazzina. Perché come dice lei, “i tedeschi mi fecero cadere il cielo addosso”. Da questo libro hanno tratto anche un film con protagonista Isabella Rossellini.  Il cielo cade è di sicuro la mia prossima lettura.  Mi aggirerò ancora fra quegli scaffali della grande libreria alla ricerca del suo nome, Lorenza Mazzetti, nome che adesso conosco e di cui mi dispiace non aver saputo prima.  Ma come dico sempre, non è mai troppo tardi.

EMS

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Lorenza Mazzetti negli anni Cinquanta a Londra

Diario londinese

Diario londinese

Fotogramma tratto da Together (1956)

Fotogramma tratto da Together (1956)

"Il cielo cade", film tratto dal libro di Lorenza Mazzetti

“Il cielo cade”, film tratto dal libro di Lorenza Mazzetti





Diario di Ugo – 18/ La cena

26 03 2014

 

MattoneDal quel bugigattolo del mio antro sento delle voci. Sono di un uomo e di una donna. Due giovani. Mi avvicino alla finestra livello marciapiede, mio unico contatto col mondo esterno. E di nuovo vedo quelle scarpe.  Le riconosco, sono quelle della ragazza che tempo fa si era fermata a parlare con la signora petulante proprio davanti alla mia finestra. Riconosco le sue scarpe e la sua voce. Mi piace la sua voce, è dolce. Il ragazzo le sta giurando che le è stato fedele, che non è vero che l’ha tradita come le hanno raccontato le amiche. Lei gli crede, lo perdona e in punta di piedi si abbandona chiaramente a un abbraccio riappacificatore. I due poi vanno via. Quanto è dolce questa ragazza. E molto probabilmente anche un bel po’ cornuta, credo. Mi distendo sul letto e ascolto musica jazz. Ho creato un atmosfera elegante. Musica, luce soffusa, un buon libro. Pirandello mi guarda e con lo sguardo mi mette in guardia da Annabella e suo padre. L’amore non è merce di scambio. Non ci si innamora solo perché una persona è bella d’aspetto e ha un bel conto in banca e tante porte aperte dappertutto. Dico a Pirandello di stare tranquillo perché io non mi farò incastrare in questa trama di intrighi e potere. Siamo nel XXI secolo e queste cose non succedono più. No, Annabella non mi piace proprio per niente.

Arriva un nuovo messaggio da Gilberto. Da quando gli ho detto di Annabella non smette di trovare nuovi motivi per provarci con lei. Adesso dice: e poi c’ha un bel culo, devi assolutamente cuccarla! Tipico di Gilberto. L’atmosfera elegante se ne è andata così a quel paese.

Arriviamo al dunque.  La fatidica cena coi Ferretti è cominciata. L’ingegnere e mio padre sono a capotavola. La tavola è stata imbandita all’interno dell’elegante patio nel grande aranceto della villa della nostra famiglia. Un dolce profumo misto di arancia e gelsomino aleggia nell’aria. Annabella è seduta di fianco a suo padre, sua madre accanto a lei. A me hanno fatto sedere proprio di fronte ad Annabella, all’altro fianco di suo padre. Ho l’occasione di conoscere la madre. Mentre si parla, la osservo e la studio. Dicono che bisogna osservare le madri per capire come saranno in futuro le figlie. Sono un buon osservatore. A volte preferisco stare in silenzio e rimanere ad osservare ciò che mi circonda. La signora Ferretti è’ vestita in modo elegantissimo con un vestito da sera sul tono del rosa antico. E’ ingioiellata all’inverosimile. Gioielli pomposi, probabilmente d’oro zecchino. E’ ancora una bella donna e da giovane immagino fosse una bellissima ragazza, come la figlia. Si atteggia come fosse la Regina Elisabetta in persona arrivata fin qui a darci la benedizione regale. Parla molto e racconta che lei fa parte di una delle più nobili famiglie del Capoluogo. Racconta che loro frequentano spesso i salotti buoni della società e propone a mia madre di partecipare a un grande ed elegante evento di beneficenza a fine mese organizzato da una delle tante associazioni che lei presiede. Si meraviglia quando nota che siamo sprovvisti di servitù. C’è solo la povera Dolly che è rimasta in cucina, ma nessun maggiordomo a servire. Mio padre e Ferretti parlano di lavoro e ogni tanto si fermano a decantare le lodi del buon vino di cui stanno abusando un po’ troppo durante la cena. Mio padre è paonazzo e ogni tanto mi fa l’occhiolino. Poi mi fissa e con le testa fa dei movimenti quasi impercettibili indirizzati alla volta di Annabella. Mi sta incitando a conquistarla. Io tento di ignorarlo ma poi lui diventa più insistente. I movimenti della testa da impercettibili diventano molto visibili. Me ne vergogno. Per farlo smettere mi trovo costretto a cercare di intavolare una discussione con Annabella. La trovo molto algida. Non c’è calore in quello che dice. Ciò che dice è così meccanico e preparato che mi dà quasi fastidio. Non ha personalità. E’ cresciuta all’ombra del padre. Non ci sono argomenti, non c’è nulla che io possa avere in comune con lei. Annabella pare uno di quegli automi innamorati solo della Facoltà in cui studia e di ciò che ne consegue. Così parliamo di esami, di professori (che lei stima tutti davvero tanto), di progetti. Non progetti per il futuro ma progetti tecnici. Azzardo a parlare di viaggi e lei subito mi racconta di essere appena tornata dalla Spagna. Io non ci sono mai stato ma già sogno Madrid, Barcellona, Siviglia e loro bellezze. Almeno Annabella viaggia, penso. Poi aggiunge subito che era a Bilbao, la città del Guggenheim, per una interessantissima conferenza di Architettura post- moderna che lei non si poteva assolutamente perdere. Ecco che non si smentisce di nuovo. Torna sempre lì. Le parlo di musica ma pare essere non molto interessata. Comincia a guardarmi dall’alto in basso, come una Principessa con la puzza sotto il naso.

Pirandello, mentre ceniamo, sonnecchia su un cuscino riposto ai piedi del caminetto. E’ arrotolato su se stesso. La testa poggia sulle zampe anteriori. A un certo punto si accorge forse che lo sto osservando e apre quei grandi occhioni gialli. Poi li richiude lentamente. Adesso non ha tempo per noi, preferisce dormire.

Mio fratello Edoardo invece sta zitto tutto il tempo. Mangia la sua cena e appena può scappa via e si rinchiude in camera sua. In quel momento lo invidio tantissimo.

Ci si trattiene a parlare ben oltre la cena. Si fa tardi. Io non so più cosa dire ad Annabella. Non ci sono argomenti. Finalmente l’Ing. Ferretti si alza e la famiglia del noblesse oblige decide di accomiatarsi. Annabella mi saluta con una nuova stretta di mano vigorosa, quasi dovesse competere con me – in quanto uomo – in una prova di forza. Quasi come se volesse imporre, anzi, la sua superiorità. Mi saluta e mi invita a vederci a un seminario di costruzioni previsto per questo prossimo giovedì. Mio padre e mia madre sentono tutto e sono al settimo cielo. Per loro il fidanzamento si fa più vicino. Possono cominciare a pensare all’Ing. Ferretti e a sua moglie come futuri consuoceri. Io penso solo che tutto questo sia spaventoso. Vogliono manipolare la mia vita amorosa come hanno già cercato di fare con la mia vita professionale. Devo reagire subito questa volta. Non posso rimanere a guardare come fossi uno spettatore della mia vita. La vita è mia e – se permettono – me la voglio gestire io.  Anche a costo di sbagliare…

 

 

 





Il Bambolotto

26 03 2014

208Nella mia tesi su Nostalghia, penultimo film di Tarkovskij, tra gli altri ho analizzato i fotogrammi in bianco e nero che ritraggono la fotografia di un bambolotto appesa a un muro che lentamente emerge dal buio.  L’immagine appare nel momento in cui la musica dell‘Inno alla Gioia di Beethoven all’improvviso si blocca ed è in forte contrasto con quel canto gioioso inneggiante a Dio e all’unione delle anime. Il bambolotto esprime il disagio delle fasce più deboli della popolazione, primi tra tutti i bambini.  Si tratta di un grido di aiuto delle nuove generazioni affinché qualcosa venga fatto per loro prima che sia troppo tardi. Trovo ciò molto attuale se consideriamo che il film risale al 1983 ed è stato scritto nel 1979.  Quello che dovrebbe essere il giocattolo di un’infanzia felice e spensierata viene presentato qui da Tarkovskij come un bambolotto mutilato, senza gambe e senza braccia e con le orbite incavate. Si tratta di un’accusa verso la società e la sua colpevole cecità. Sappiamo tutti purtroppo quanto sia difficile essere giovani  oggi e lottare per il proprio futuro che rischia ogni giorno di essere rubato per sempre. Il tema dell’infanzia è molto ricorrente nella cinematografia di Tarkovskij. Nel film quando il protagonista  chiede al suo mentore perché debba  compiere il rito della candela e quindi portare la sua luce nel mondo gli viene risposto porgendogli non a caso la domanda “Tu hai figli?”. La nostra personale missione di luce quindi è qualcosa di urgente e non rimandabile, la dobbiamo sentire, abbracciare già ora, subito, adesso, per contrastare il buio da cui è avvolto il bambolotto, simbolo del nostro futuro, dei nostri figli e del futuro di chi verrà. Ne siamo tutti responsabili, nessuno escluso. Tarkovskij non avrebbe potuto rappresentare meglio questa istanza. Ancora una volta ringrazio questo grande Maestro e il Destino per avermi fatto incrociare la sua poetica.

EMS

 

 

 

 





Diario di Ugo- 17/ Strette di mano

19 03 2014

stretta-di-mano-tra-uomo-e-donnaPassa qualche minuto e all’improvviso qualcuno bussa alla porta. Annabella entra con fare sicuro nella stanza. Veniamo presentati. Quello che si nota da subito è che è una ragazza molto bella. Ha dei lunghi capelli neri e lisci e due occhi colore azzurro cielo. Ha anche una stretta di mano forte e sicura, molto maschile. Indossa una collana di perle nere e degli orecchini abbinati. Il vestito è di un taglio elegante e un po’ troppo maturo per la sua età.  La voce però è quella di una quarantenne. Nell’insieme sembra molto più grande della sua età reale. Si mette in piedi di fianco al padre mentre lui siede ancora nella sua grande poltrona professionale. Mentre lui parla di lei, Annabella ci sorride e, infine, posa delicatamente la mano sinistra sulla spalla del padre. A quel punto si guardano in modo amorevole. Proprio un bel quadretto familiare. Ma c’è qualcosa che stona, non so cosa. Ad un certo punto mi si accende qualcosa in testa. La mia mente fa delle associazioni e ricordo di averla già sentita nominare. Lei è la famosa Annabella Ferretti (la Ferretti, come ho fatto a non pensarci prima?!), figlia dell’Ing. Ferretti, quello che è amico di tutti i personaggi più influenti del circondario. Lei è quella Annabella Ferretti che prende sempre e solo trenta e lode agli esami grazie alle conoscenze del padre. Lei è quella bella e impossibile per cui tutti sbavano. Lei è uno dei miti del campus universitario del Capoluogo. Una di quelle persone inarrivabili, che fa parte della crema della società cittadina. In poche parole, anche lei fa parte di quelle persone che mi stanno sugli stivali.

Arriva il momento del commiato e mio padre in uno slancio di entusiasmo invita il Ferretti e famiglia a cena per quel fine settimana. Così potranno continuare a parlare di lavoro e io ed Annabella potremo conoscerci meglio. Quando siamo fuori di lì, mio padre è in visibilio. Non sapeva che Ferretti avesse una figlia così bella e così brava. Pensa che Annabella sia quella giusta per me. Pensa che sia lei la donna che può rendermi felice. Devo assolutamente farle la corte. Non devo perdere l’occasione per conquistarla a cena, la devo fare mia. Non per niente ha invitato il collega a casa. Mi devo dare da fare con Annabella. Lei potrà solo portarmi dei benefici. Ma io non la amo e soprattutto non ho alcuna voglia di innamorarmi a comando in questo momento. 

La verità è che mio padre vuole decidere ancora una volta cosa sia meglio per me. Io penso che lui stia decidendo il meglio per sé. Mi sembra di essere in uno di quei romanzi dell’Ottocento. Viene combinato il matrimonio tra gli eredi di due nobili casate ma i due non si amano e sono costretti a unirsi contro il loro volere. Il protagonista o la protagonista combattono contro i loro stessi sentimenti e non accettano questa imposizione. Altrettanto farò io. Con Briciola sono stato cieco, lo ammetto.  Ma almeno lo sbaglio lo devo a me stesso. Non devo dare la colpa a nessun altro.

Quando Gilberto viene a sapere di Annabella incomincia a balbettare. Gilberto non balbetta mai ma Annabella è il sogno proibito di ogni giovane uomo del Capoluogo e il solo avere la sua attenzione per un po’ è quello che a molti di loro cambia la giornata. Anche Gilberto mi spinge a provarci con lei visto che ne ho l’occasione. Il fatto che io non la ami passa in secondo piano in situazioni come questa. Non sono obbligato ad amarla sul serio. Annabella oltretutto è un buon partito e con lei mi sistemerei perché il padre, l’Ing. Ferretti, è un uomo potente. Secondo Gilberto mi devo fare avanti. Certo, lui non potrebbe farlo perché a lui, Annabella, manco l’ha mai guardato in faccia per più di due secondi. Neanche per un saluto. Un saluto di Annabella è una benedizione. Io gli dico che ci siamo stretti pure la mano nello studio del padre. Gilberto balbetta e non riesce a finire la frase…





Diario di Ugo – 16/Annabella

14 03 2014

maschile-femminile-ingegnerUna mattina arriva mio padre nel Capoluogo. Ha un paio di impegni di lavoro e mi chiede di accompagnarlo, di fargli compagnia.  Fortunatamente ho la mattina libera e per quieto vivere e per fare felice mia madre accetto, seppure malvolentieri. Anche se mi rendo conto che la mia non è stata una vera scelta: la richiesta era, in effetti, più che altro un ordine.

A fine mattinata ci ritroviamo così nello studio di un suo carissimo amico, l’Ing. Ferretti, a cui sta seguendo delle pratiche giudiziarie. L’ing Ferretti è un nome molto noto in città. Adesso si sta occupando di un lavoro riguardante la costruzione della sede istituzionale di alcuni nuovi importanti organi regionali.  Mio padre lavora molto con questi personaggi che hanno a che fare col settore pubblico. Lo vedo al lavoro. Parlano di cose tecniche. Di capitolati d’appalto, di stati d’avanzamento, di prezzi, di materiali. Questo Ferretti non l’avevo mai visto ma già mi sta sugli stivali. Sta dall’altra parte della scrivania e ostina un atteggiamento da navigato professionista a cui nulla sfugge e per cui nulla è impossibile. Poi, ad un certo punto, mio padre accenna a Ferretti che nonostante tutto anche io avrei voluto studiare giurisprudenza ma non l’ho fatto solo per fargli un dispetto. E ho scelto inutili studi umanistici.  Ferretti mi guarda con uno sguardo di sfida e aggiunge che è normale seguire le orme di famiglia.  E’ un dovere. Ci sono intere famiglie di ingegneri e di avvocati, è un ruolo che si tramanda di generazione in generazione nelle più distinte famiglie della società. Ha usato le parole normale e dovere. Come se, di generazione in generazione, si tramandasse il gene dell’ingegneria e della giurisprudenza, come fosse un sangue reale che non si deve assolutamente disperdere scegliendo di fare altro nella vita. Come se si facesse parte di un ingranaggio. Quello che non mi torna in questo discorso è che per loro questa legge non c’era, non valeva. Nonno Gudape mica era un avvocato. Mio padre ha scelto di fare l’avvocato perché quello era il mestiere che sognava di fare. Nessuno lo ha obbligato, nessuno ha fatto pressioni. E chissà cosa faceva il padre dell’Ing. Ferretti, magari era un fruttivendolo. In ogni caso, se l’Ing. Ferretti voleva mettermi in imbarazzo ci è quasi riuscito. 

Ferretti poi si piega sulla scrivania e, sorridendo e abbassando la voce, con aria trionfante fa una rivelazione a mio padre. Sua figlia studia ingegneria e con profitto. Poi si rivolge a me e mi dice che probabilmente la conosco pure dal momento che abbiamo più o meno la stessa età. In quel momento è proprio nella stanza attigua che fa delle ricerche al computer per un lavoro. Lei lo aiuta di già nello Studio, infatti. Almeno non finirà a vivere sotto a un ponte, come rischiano di fare molti giovani ribelli di oggi. E mi guarda di nuovo. Ferretti prende il telefono e compone un numero interno. Sento gli squilletti intermittenti dell’interfono nell’altra stanza. Qualcuno risponde. Annabella cara, puoi avvicinarti un momento? Devo presentarti delle persone.

 —> continua





Si oscura la vista

12 03 2014

candela

Si oscura la vista 

La mia forza

Sono due invisibili dardi adamantini.

Si offusca l’udito, pieno del rimbombo lontano

E del respiro della casa paterna;

Si indeboliscono i gangli dei duri muscoli

Come buoi canuti all’aratura,

E non più quando è notte alle mie spalle

Risplendono due ali.

 Sono una candela, nella festa mi sono consumato.

All’alba raccogliete la mia disciolta cera,

E questa pagina vi suggerirà

Di che cosa piangere e di che cosa essere fieri

Come donare l’ultima porzione di gioia

E morire in levità

E al riparo di un tetto casuale

Ardere dopo la morte come parola.

Questa poesia dal titolo “Si oscura la vista” è stata scritta dal poeta russo Arsenij Tarkovskij (1907-1989), padre del regista Andrej Tarkovskij. La poesia viene recitata in una delle ultime scene del film “Nostalghia” (1983) che ho analizzato per la mia tesi di laurea.  Si tratta di versi molto profondi che fanno riferimento al testamento dell’artista, e non  solo. Durante la vita e la propria carriera, l’artista infatti illumina il mondo con la luce della sua ardente candela e alla sua morte le sue opere sono la sua disciolta cera. Disciolta cera che continua a vivere anche dopo la morte, non solo nel tempo ma anche nello spazio “al riparo di un tetto casuale” ossia dovunque nel mondo, senza alcun confine.

A me piace particolarmente perché è un invito a tutti gli uomini e a tutte le donne a raccogliere il buon esempio di chi è venuto prima di noi, a fare nostre la cultura e la saggezza dei vecchi,  e lasciare  la nostra personale eredità di essere umani a chi verrà dopo di noi per indicare loro lo strada.

Buon proseguimento, EMS 

 








Silva Avanzi Rigobello

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"...il posto che mi piace si chiama mondo..."

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adriano porqueddu

journalist, tv presenter, communication consultant. official website

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...Aspettando SANTANDER, un libro BIANCO...!

Tratti e spunti

Carta, inchiostro e fantasia. Illustrazioni e storie da passeggio.

Wanted One Dollar

Di tutto e di meglio... Un contenitore che va alla ricerca di notizie!

Sara Usai

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La lettura é il viaggio di chi non puó prendere un treno. (Francis de Croisset)

Tra le righe

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L'AlTrO (lato)

" Per sentire e sognare in pace, bisogna spegner la luce della ragione... almeno per un po'. "

La tana di Corniola

Appunti di viaggi interiori in continenti ancora da esplorare, riflessioni, cambi di umore e ricerca di sé in un luogo di odori familiari e colori lontani.