Alla corte di Frida Kahlo

31 08 2014
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Alla mostra di Frida!

Se Frida Kahlo (1907-1954) fosse vissuta ai giorni nostri, sono sicuro che sarebbe stata una gran patita dei selfie. Avrebbe forse espresso la sua arte non solo attraverso la pittura ma anche attraverso la fotografia. Niente di strano, anche perché suo padre era un fotografo e lei in mezzo alle foto ci è cresciuta. Lei stessa, una volta adulta, era sempre fotografatissima. Tutti negli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso si erano accorti della sua originalità e del fatto che lei fosse un vero personaggio. E tutti la volevano ritrarre nelle loro fotografie d’autore. Qualche giorno fa ho avuto la possibilità di visitare una mostra a lei dedicata, organizzata presso le Scuderie del Quirinale a Roma e curata egregiamente da Helga Prignitz-Poda. Una mostra intensa, dalla quale emerge tutta l’anima dell’artista. Sala dopo sala, ci si sente sempre in sua compagnia, la sua presenza è molto forte. Sembra come se Frida fosse lì da qualche parte attorno a te, è come se fosse lei stessa a farti da cicerone alla sua personale. Il primo dipinto in cui ci si imbatte è il suo primo autoritratto fatto a 19 anni. Si ritrae con un collo lungo alla Modigliani davanti a un cielo scuro e a un mare agitato ed è dedicato al suo primo amore, il suo compagno di studi Alejandro Gomez Arias. Frida fece valutare questo dipinto al Maestro Rivera, già molto conosciuto in Messico. Diego Rivera apprezzò il dipinto nonostante la tecnica ancora acerba di Frida e la incoraggiò a continuare. Nonostante lui fosse già sposato, i due poco tempo dopo intrecciarono una relazione che sfociò nel divorzio di lui e nel matrimonio con Frida nel 1929, a dispetto dei loro 20 anni di differenza. Ma il matrimonio con Diego Rivera non fu tutte rose e fiori.  Rivera la fece molto soffrire a causa dei continui tradimenti con le sue modelle e perfino con la sorella di Frida, Cristina. Questo tradimento causò il loro divorzio nel 1939 e molta infelicità a Frida. Ma poi, solo un anno dopo, nel 1940, si risposarono nuovamente perché il loro era veramente un rapporto speciale e non riuscirono a stare lontani. Frida aveva avuto fino al primo incontro con Rivera una vita non facile. A 15 anni fu vittima di un terribile incidente  mentre era su un bus di ritorno dalla scuola. Il bus sbandò e andò a sbattere conto un muro. Nell’urto  violentissimo, un corrimano la trapassò da parte a parte. Il corpo di Frida ne uscì quasi completamente dilaniato e fratturato ma fortuna volle che non furono lesi, miracolosamente, organi vitali. Nel destino di quella giovane però c’era l’arte e durante la sua lunghissima e dolorosissima  convalescenza (Frida disse di aver visto la morte danzare attorno al proprio letto) passò il suo tempo a dipingere. I suoi genitori infatti per passare il tempo le avevano regalato un cavalletto e delle tele, assieme a uno specchio sul soffitto del letto a baldacchino per prendere se stessa come modella per i suoi ritratti. Da qui cominciò la sua produzione artistica vera e propria. Come le disse Diego Rivera, Frida, a differenza sua che dipingeva quello che vedeva, riusciva a dipingere col cuore. Infatti i suoi quadri esprimono tutto il suo mondo interiore e alla mostra sembra sempre di averla accanto, vestita coi suoi abiti sgargianti e i fiori in testa, che guarda i dipinti assieme a te e quasi sembra di sentire la sua voce e i suoi commenti.  La Mostra mette in risalto sia i suoi momenti gioiosi che quelli legati ai  dispiaceri esistenziali. Ecco quindi ritratti di volti amici, oppure tele in cui Frida raffigura il suo dolore per i suoi aborti e per non aver mai potuto dare alla luce il figlio che tanto aveva desiderato. In un dipinto non presente alla mostra ma che è molto significativo in tal senso, Frida rappresenta se stessa come un cervo trafitto da tante frecce a significare le ferite dell’anima e i dolori lancinanti del suo povero corpo martoriato. Frida però fu una donna veramente forte e libera e oltre a sopportare gli atroci dolori fisici che la malattia (soffriva di spina bifida) e l’incidente le avevano procurato, fu messa a dura prova dalla vita e sopportò grandi dolori legati anche al suo universo spirituale. Ebbe anche lei molte relazioni extra coniugali, forse proprio in risposta all’atteggiamento infedele del marito,  come ad esempio quelle più famose con il poeta Breton, con il fotografo Nickolas Muray, con la fotografa Tina Modotti e con  il rivoluzionario russo Trotsky.

All’inizio Frida si fece chiamare Camen Rivera in quanto Magdalena Carmen era il suo primo nome e Rivera il cognome del marito. Solo dopo divenne Frida Khalo. Molte tele presenti alla mostra sono legate all’esperienza americana, quando Frida accompagnò il marito a New York perché era stato incaricato di affrescare il Rockfeller Center e lavorare per l’Esposizione Universale di Chicago (incarichi che vennero ritirati quando Rivera, fervente militante comunista, dipinse nell’affresco il volto di Lenin). Molti di questi quadri colpiscono per il forte simbolismo e uno in particolare ha attirato la mia attenzione. Si intitola Autoritratto al confine tra Messico e Usa e mostra Frida al centro. In una mano tiene la bandiera messicana e nell’altra una sigaretta. A sinistra del quadro raffigura il suo Messico, uno ziggurat, degli idoli, delle piante e le loro radici e il sole, sanguinante a causa di una nuvola di fumo che proviene da destra e nella quale è immersa la luna. A destra infatti rappresenta gli Stati Uniti, con le sue fabbriche, i suoi fumi, le sue valvole. La bandiera americana stessa è immersa in una densa nuvola di fumo.  Questi due mondi così diversi sono collegati dalle radici delle piante messicane che danno energia ai generatori delle industrie americane ed è come se Frida, che sta sopra a un piedistallo, vivesse in equilibrio tra questi due mondi, grazie alla interazione tra tradizione e progresso. Sempre ispirato alla sua esperienza americana e al licenziamento di Diego Rivera a opera del magnate Rockfeller  è Il mio vestito è ancora appeso lì (1933).  Ci viene fatto notare anche che nei suoi quadri vi sono spesso raffigurati gli opposti: non solo il sole e la luna ma anche il buio e la luce, la vita e la morte. Come nel quadro intitolato L’amoroso abbraccio nel quale Frida tiene Diego in grembo, come fosse suo figlio, sospesa in aria nell’abbraccio tra Sole e Luna.  Ecco poi il dipinto Mosè (1949) in cui rappresenta il ciclo della vita. Sopra e ai lati dei, idoli e  personaggi, sia positivi che negativi della Storia. In basso un bambino col terzo occhio in una culla poggiata sul pelo dell’acqua, proprio come Mosè.  Sopra la culla un embrione che forse rappresenta il suo bimbo mai nato ma sempre presente nei suoi pensieri.  Continuando troviamo Frida circondata da delle scimmiette che rappresentano i suoi alunni del corso d’arte all’Università, ossia Los Fridos, come si facevano chiamare i suoi seguaci; Frida in Diego on my mind che si ritrae con un terzo occhio, che altro non è che suo marito Diego; Frida fotografata col gesso al busto, dipinto da lei stessa; il busto originale dentro a una teca;  Frida che soffre per il suo matrimonio finito in Autoritratto con collana di spine e colibrì (1940); Frida sulla copertina di Vogue (1946); Frida mentre dipinge stesa a letto; Frida che soffre per i suoi aborti; Frida fotografata da Muray. Alla mostra ti scorre davanti tutta la sua vita e vi sono due postazioni video in cui vengono anche mostrati dei filmati d’epoca in cui Frida parla e scherza col marito. Nonostante i suoi dolori, appare sempre bella e solare. Negli ultimi anni la sua salute peggiorò e si rese necessaria l’amputazione di una gamba. Da quel momento gli antidolorifici che Frida prese la resero stanca e nervosa. Non riuscì più a usare i pennelli e a dipingere come prima e fu costretta a stare fissa a letto. Scrisse e disegnò sul suo diario mentre la salute peggiorava di giorno in giorno. Nel suo ultimo quadro, lontano anni luce dai suoi bellissimi autoritratti, rappresentò se stessa come un girasole appassito (anche questo presente nell’esposizione).  Morì il 13 luglio 1954,  a soli 47 anni.  Il suo corpo venne cremato e le sue ceneri sono tuttora custodite nella sua casa natale, la Casa Azul (ora divenuta un museo dedicato a lei) a Coyoacàn, in Messico.

Le ultime parole scritte sul suo diario furono: Spero che l’uscita sia lieve e spero di non tornare più.

Vena artistica e dannatamente romantica anche nell’addio, quindi. La mostra di Roma si è conclusa il 31 agosto 2014. Ma al Palazzo Ducale di Genova, da settembre fino al febbraio 2015,  sarà allestita un’altra mostra dedicata non solo a Frida ma anche alle opere di Diego Rivera. Ci rivediamo presto, Frida!

EMS, agosto 2014

(tutte le immagini sono state prese in prestito da internet)

La prima opera giovanile di Frida

La prima opera giovanile di Frida

Frida e suo marito Diego Rivera

Frida e suo marito Diego Rivera

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Autoritratto al confine tra Messico e USA

Autoritratto con scimmie (Los Fridos)

Autoritratto con scimmie (Los Fridos)

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L’amorevole abbraccio dell’Universo (1949)

Diego on my mind

Diego on my mind

Il bustino in gesso di Frida

Il bustino in gesso di Frida

Un famoso scatto del fotografo

Un famoso scatto del fotografo Nicholas Muray

Frida sulla copertina di Vogue

Frida sulla copertina di Vogue (1946)

Frida con Trotsky

Frida con Trotsky

Frida mentre dipinge il ritratto di un'amica

Frida mentre dipinge il ritratto dell’amica Natasha Gelman

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Frida dipinge mentre è costretta a letto

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con questo prezioso autoritratto Frida pagò la fattura del suo dentista

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Il mio vestito è ancora appeso lì

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Frida come un girasole (l’ultima opera d Frida)

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Frida come un cervo ferito

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Mosè (1945)

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Autoritratto con collana di spine e colibrì (1940)

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Frida e l’aborto (Ospedale Henry Ford- New York)

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Diego Rivera, Ritratto di Natasha Gelman

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Io e Frida!

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La Colonia felina di Su Pallosu

29 08 2014
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Enrico fa il testimonial per i Gatti di “Su Pallosu” 😉

Forse non tutti sanno che nel territorio di San Vero Milis, a 25 km da Oristano, esiste una bella e importante colonia felina composta da circa sessanta gatti. La Colonia in questione è quella di Su Pallosu (dall’omonima spiaggia): i gatti sono quasi tutti vaccinati, sterilizzati e schedati e vivono liberi e in simbiosi con la natura e con l’uomo. La Colonia è visitabile e  ciò che rende originale la colonia è il fatto che questi gatti vivono anche in spiaggia, a pochi metri dall’acqua, cosa insolita vista l’atavica diffidenza del gatto per le immersioni! Le testimonianze documentate di questa colonia risalgono al 1947, ma come si legge nel sito del FAI si pensa che la loro presenza in questi luoghi sia di molto precedente e sia dovuta alla antica tonnara che venne impiantata nel 1922 e rimase in funzione fino al 1940 (i gattini avranno di sicuro mangiato tanto buon tonno!).

La seconda particolarità di Su Pallosu, che la rende ancora più speciale, è che sotto la sabbia della spiaggia risiede addirittura un sito archeologico nuragico. Vi sono persino tracce di epoca preistorica. Dunque si tratta di un luogo doppiamente importante ed è come se questi bei gattoni ne fossero i custodi.  

Ad occuparsi della gestione e della salvezza di questa colonia, senza alcuna sovvenzione pubblica, è l’Associazione Culturale Amici di Su Pallosu. In questo agosto, in soli 21 giorni, la Colonia ha registrato ben 600 visitatori. Su facebook l’Associazione ha aperto da tempo una pagina dedicata alla colonia intitolata Amici dei Gatti di Su Pallosu dove ogni giorno centinaia di utenti si informano sulle attività e sui gatti della Colonia (i pelosetti hanno tutti un nome! Ed è sicuramente meglio del Grande Fratello!) e condividono post e immagini relative al mondo dei felini o dei loro mici di famiglia. La pagina è nata per sensibilizzare la società alla tutela di questa Colonia e del meraviglioso luogo che la ospita.  Per far sì che la Colonia venga inserita dal FAI  (Fondo per l’Ambiente) fra i luoghi italiani del Cuore da tutelare e non dimenticare servono i nostri voti online. Se anche voi siete amanti dei nostri cari amici gatti e vi sta a cuore il problema, potete collegarvi a questo link  Luoghi del cuore FAI/ VOTA Colonia felina Su Pallosu e lasciare il vostro voto e un commento. Sempre a questo link ( da cui ho preso in prestito anche alcune belle immagini che trovate qui sotto) troverete moltissime altre informazioni sulla Colonia di Su Pallosu. Numerose altre informazioni su visite e attività connesse alla colonia e al sito nuragico le trovate alla pagina ufficiale della Colonia: Pagina ufficiale Gatti “Su Pallosu”. Per sostenere la Colonia, oltre al voto sul sito della FAI, è possibile anche fare delle donazioni o acquistare le bellissime magliette degli Amici di Su Pallosu. Nella foto che ho inserito in questo post io indosso proprio una di queste magliette, quella con “i 4 gatti mori” (ma ci sono anche altre simpatiche stampe). Coraggio, dunque, che sia un voto, una donazione o una maglietta, aiutiamo i gatti di Su Pallosu! Io mi sono già affezionato da tempo. E voi?

A presto con un altro interessante post sull’arte che credo proprio non deluderà gli appassionati! EMS

 

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(immagine presa in prestito dalla pagina web di Su Pallosu)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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(immagine presa in prestito dalla pagina web di Su Pallosu)

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(immagine presa in prestito dalla pagina web di Su Pallosu)





Selfie bagnato dal sole di una cantante famosa

27 08 2014

Sono in quel di Roma, passeggio per la strada, bagnato dal sole e dall’aria frizzantina capitolina. Roma è una delle città più belle del mondo e non mi deluderà mai. Mai avrei immaginato però di imbattermi a fine giornata in una delle mie cantanti preferite. Ho le sue canzoni nel mio ipod, la ascolto in auto, la seguo su facebook e in tv. E me la ritrovo lì, davanti a me, che ride e scherza con una sua amica. Un moto di simpatia scatta subito dentro di me e nonostante non sia solito avvicinare i personaggi famosi (non l’ho mai fatto) per lei faccio uno strappo alla regola. Così vado da lei e la saluto. Lei mi guarda un po’ stupita, forse cerca di capire se mi conosce o meno. Quando capisce che sono un suo fan e desidero una foto ricordo con lei, fa un sorriso e non si tira indietro, nonostante sul suo viso ci siano i segni della stanchezza di fine giornata. In questo periodo è in tour in tutta Italia con il “Made in London tour”, così posso immaginare che sia sempre in viaggio, come una trottola. Ci facciamo un selfie: io tengo il cell e lei allunga la mano e col ditino preme sul pulsante “Scatta”. La mia espressione la dice tutta sulla contentezza di quell’incontro. L’avrei dovuto immaginare già dalla mattina. Baciato da quel sole romano, non potevo che essere baciato anche dal sole di Noemi “la rossa”, la Leonessa della musica italiana, romana doc.  Le stringo la mano e ci scambiamo anche un bacio. Mi sono allontanato sorridente e felice, come solo un bambino può esserlo. Vi lascio con la foto del mio incontro speciale e con due delle recenti canzoni di Noemi che ascolto spesso e che mi mettono di buon umore. Bagnati dal sole e  Don’t get me wrong. A presto, amici! EMS

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La mia vittoria al Concorso letterario “geltOUb” con “IL BIANCO E IL NERO”

18 08 2014

copertina-geltoub2Ecco un altro importante traguardo nel campo della scrittura che per me vale come l’oro. Proprio ieri sera ho saputo di aver vinto il concorso letterario “geltOUb” nel quale ero fra i 10 finalisti. Il mio racconto IL BIANCO E IL NERO ha vinto ex-aequo con quello di Mariposa Han nella sezione “Short story”. I racconti, da regolamento, non dovevano superare le 150 parole per cui non era per niente facile racchiudere una storia in uno spazio così ristretto. Il tema era libero ma era gradita l’attenzione verso i colori e verso il senso del rovesciamento. Ecco da cosa è nato quindi il mio racconto. Che parla di un mondo in cui tutto appare rovesciato, in cui è difficile ormai distinguere le vittime dai carnefici, il bene dal male, il buio dalla luce. Per questo bisogna focalizzarsi sulle sfumature. Perché tutti noi siamo un po’ bianchi e un po’ neri, mai di un colore solo. Chi lo volesse leggere lo trova nel link che allego qui sotto a questo post. Ringrazio ancora la giuria composta da Giuseppe Carta (l’ideatore del concorso, che prende il nome dalla sua silloge poetica), Giuseppa Sicura, Carlo Onnis e Bianca Mannu, per il loro gradimento e la loro preferenza.  Non potrei sentirmi più onorato e felice di così. Per uno scrittore questo è il massimo riconoscimento. Un nuovo stimolo a continuare a coltivare la mia grande passione. E grazie anche ai tanti lettori che mi stanno scrivendo in privato per farmi i complimenti per la vittoria e soprattutto per il mio racconto. Grazie, grazie e ancora grazie! Al prossimo racconto! State sintonizzati, Enrico M. Scano 

Ecco il link della proclamazione:

 https://giuseppecartablog.wordpress.com/2014/08/17/vincitori-concorso-letterario-geltoub/

 

Titolo: IL BIANCO E IL NERO

Da un po’ non riusciva più a distinguere il bianco dal nero. Da bambino gli avevano insegnato che che tutto ha il suo opposto. Ci sono la vita e la morte, la destra e la sinistra, il bene e il male. C’è la luce del giorno e il buio della notte e ci sono le cose bianche e le cose nere. Ma da qualche tempo gli capitava con sempre maggior frequenza di scambiare corvi per candide colombe, tori inferociti per placidi vitelli e prendere per smaglianti sorrisi delle putride bocche. No, non era diventato daltonico. Ma le cose non erano così semplici come volevano fargli credere: il mondo era più complicato di così. Aveva compreso che non ci sono cose bianche o cose nere. Semplicemente bianco e nero coesistono. C’è il buio anche dove c’è la luce. Glielo aveva detto anche il suo medico di fiducia: “Dia retta a me, impari a cogliere le sfumature”.





La Notte di San Lorenzo

12 08 2014

E uscimmo a riveder le stelle (cadenti). Ma più che stelle, ci fu la Super Luna.  Bellissima e magica compagna silenziosa delle nostre notti. EMS

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Unsung hero

10 08 2014

Oggi voglio condividere un video che sta circolando da qualche tempo sui social network e altro non è che lo spot di una agenzia thailandese di assicurazioni sulla vita. Ma è più di uno spot. Si tratta di un video bellissimo e dal significato molto profondo. Una piccola opera d’arte, da applausi.  La prima volta che l’ho visto mi sono commosso fino alle lacrime e ogni volta che lo vedo provo delle emozioni uniche. Si intitola Unsung Hero. Racconta una storia, una storia che ruota attorno al Bene e che chiunque di noi potrebbe scrivere ogni giorno. Basta solo volerlo, non servono chissà quali possibilità per fare del bene e  per aiutare il nostro prossimo. Si riallaccia strettamente alla filosofia di vita del mio caro Tarkovskij  ossia farsi portatori e diffondere la luce del bene in quel cammino, in quel viaggio che è la nostra esistenza. Inoltre, come pensa Paulo Coelho, ogni azione che compiamo non ci impoverisce ma, anzi,  nel lungo periodo dà origine a degli effetti che invece ci arricchiscono e migliorano anche la nostra vita. Il ragazzo del video è un piccolo eroe. Compie delle azioni semplici, ma allo stesso tempo sono grandi: sposta una pianta rinsecchita sotto il getto d’acqua di un pluviale, aiuta una ambulante col suo carrettino, dà da mangiare a un cane di strada, regala caschi di banane alla sua vicina. L’azione che più lo impoverisce è fare la carità e privarsi di tutto il denaro che ha nel portafogli, sotto lo sguardo di dissenso di chi gli sta attorno. Ma poi accadono dei piccoli miracoli e la moneta con cui il giovane sarà ripagato non è la fama, non sarà una apparizione in tv ma sono proprio le Emozioni. E questa è una energia contagiosa, che si irradia e contagia anche a chi sta intorno a noi! Tutti possiamo essere quotidianamente dei piccoli eroi.  Per un mondo più bello e felice. Buona visione!

ps: ho preso in prestito il video dal canale Youtube di  “Woman, simply woman” (Daniela Havarneanu) che ha arricchito il filmato con un sipario di apertura e l’aforisma di Jean-Paul Sartre “The poor don’t know  that their function in life is to exercise our generosity. Ossia: “I poveri non sanno che la loro funzione nella vita è esercitare la nostra generosità”.

Ecco il video:





Villa di Chiesa Chronicles

9 08 2014

Oggi vi propongo la prima puntata di una nuova serie di racconti scritti da me e ambientati nella mia Isola, nel mio territorio. Credo che sia importante che si parli anche dei luoghi dove siamo nati e dove risiedono le nostre radici. Si può viaggiare nel mondo, ci si può trasferire, ma i luoghi che ci appartengono e a cui allo stesso tempo apparteniamo restano per sempre parte di noi, dentro di noi. Spero che possiate trovarli gradevoli.  Ecco dunque il primo episodio di  “Villa di Chiesa Chronicles”. Un abbraccio, Enrico

VILLA DI CHIESA CHRONICLES

Iglesias di un futuro prossimo vista attraverso gli occhi di un viaggiatore inglese

IMG_2240Lawrence aveva parcheggiato la sua auto, una Matiz blu vecchio modello, nel grande piazzale di Fontanamare.  Ora, seduto al posto di guida, guardava, rapito, il tramonto che calava silenzioso sulla spiaggia e sul mare. Il cielo si era fatto rosso rubino e questo colore si rifletteva sul blu dell’acqua. Il connubio di colori gli richiamò alla mente la bandiera di quell’isola, la Sardegna, dove lui era arrivato qualche anno prima da Londra, quasi per caso.  Non era stato un caso invece se in quell’isola aveva deciso di rimanerci a vivere. Se ne era innamorato. Proprio come ci si innamora di una persona. Non avrebbe più saputo vivere senza la Sardegna. Un luogo così calmo e così lontano dal caos e dal frastuono della capitale inglese. Mentre molti sardi erano costretti a fuggire dall’Isola con la morte nel cuore alla ricerca di un lavoro e  di una vita migliore, lui che la vita l’aveva già più che passata e un lavoro l’aveva avuto, adesso da pensionato poteva permettersi il lusso di godere di quel paradiso terrestre e passare il tempo che gli rimaneva a stretto contatto con la natura selvaggia di quel territorio. Se non fosse stato per la questione del lavoro, di sicuro in pochi sarebbero stati così pazzi da abbandonare quei luoghi così magici – pensava tra sé Lawrence, mentre il sole si buttava nell’acqua del mare e i pochi bagnanti rimasti preparavano i loro bagagli per far ritorno a casa. A volte Lawrence si sentiva in colpa che molti abitanti di quei luoghi non avessero avuto la sua stessa possibilità di godere appieno della propria terra. Ma forse, in fondo, era giusto così. Ognuno aveva la sua storia e quella era la sua. Le vite erano fatte di partenze e di ritorni. La Sardegna gli aveva  regalato una serenità d’animo mai provata prima.  Descriveva quei luoghi con grande entusiasmo e trasporto, con occhi da straniero. Le sue parole affascinavano i suoi concittadini sardi, che riuscivano così a vedere sotto un’altra luce ciò che per loro era spesso dato per scontato o poco interessante ed era sempre stato sotto ai loro occhi. Tutto con Lawrence acquistava invece un’aurea di novità, tutto perdeva la patina dell’abitudine. Con la sua barba bianca e quel vestire un po’ eccentrico, era una persona che si faceva notare ed era molto conosciuto in città. Tutti sapevano ormai chi era Lawrence.

Quella era un’estate strana. Un po’ come lo era stata quella del 2014, ricordavano in molti. Sole e nuvole si alternavano a piogge e temporali. Il caldo africano si alternava a cali repentini di temperatura, anche di dieci gradi.  Da tanti anni non si vedeva un luglio così.

Non appena fu buio, Lawrence accese il motore, si allacciò la cintura di sicurezza e partì alla volta di Villa di Chiesa, la cittadina di origine medioevale in cui cinque anni prima aveva deciso di trasferirsi. Lawrence era stato un professore di letteratura italiana. Durante la sua giovinezza era stato a lungo in Toscana e vi aveva studiato, imparando anche la lingua italiana. A onore del vero, anche la Toscana l’aveva stregato ma la Sardegna aveva quel tocco di magia inspiegabile in più. Per questo motivo dopo una vacanza nell’Isola, quando ancora lavorava al Churchill Institute, aveva preso la decisione insindacabile di trasferirsi a vivere lì, pima o poi. Era rimasto vedovo in giovane età e non si era mai risposato. Lui e sua moglie avevano avuto un figlio, Samuel James, che aveva tirato su da solo. Sammy nel frattempo era cresciuto e si era sposato, regalando a Lawrence due splendidi nipotini. Periodicamente tornava a Londra per stare con la sua famiglia, ma sempre più spesso accadeva il contrario: Sammy partiva alla volta di Villa di Chiesa con tutta la famiglia per andare a trovare il vecchio padre e passare un po’ di tempo nell’Isola. Dopotutto anche la Gran Bretagna era una grande isola, per cui l’insularità scorreva di già nelle loro vene.

Lawrence si immise sulla statale 126. Come musica di sottofondo risuonava il suo immancabile cd di Chopin. Lawrence era infatti anche un patito di musica classica. Il pianoforte lo faceva sognare e viaggiare con la fantasia.

Ingranò la quarta e procedette a velocità sostenuta. Con la guida a destra non aveva mai avuto grossi problemi, quasi fosse una predisposizione naturale. Superati i Fanghi Rossi e superato il nuovo Museo Regionale dell’Arte Mineraria ricavato dagli antichi capannoni dismessi delle miniere, Lawrence fece il suo ingresso in città con la sua vecchia e scassata Matiz blu e dopo le curve di Villa Marini lo accolsero le luci delle prime palazzine del quartiere Monteponi.

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Silva Avanzi Rigobello

I tempi andati e i tempi di cottura

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PROFUMI E CULTURE DA ALTRI PAESI

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Un salto, forse un tuffo. Sperando di poter tornare...

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La lettura é il viaggio di chi non puó prendere un treno. (Francis de Croisset)

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" Per sentire e sognare in pace, bisogna spegner la luce della ragione... almeno per un po'. "

La tana di Corniola

Appunti di viaggi interiori in continenti ancora da esplorare, riflessioni, cambi di umore e ricerca di sé in un luogo di odori familiari e colori lontani.