In scena / “La Vita è un viaggio” di Beppe Severgnini

26 03 2015
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Una scena di “La vita è un viaggio”

Un improvviso sciopero all’aeroporto di Lisbona costringe alcuni viaggiatori a una interminabile attesa lunga tutta una notte.  Al Terminal partenze si incontrano e si scontrano uno scrittore lombardo più che cinquantenne, in viaggio verso Boston per una conferenza,  e Marta,  una  aspirante attrice romana quasi trentenne,  in partenza per il Brasile, dove l’aspetta un fidanzato palestrato con il quale ha in programma di cambiare vita e aprire un chiosco bar sulla spiaggia.  Sono due generazioni diverse a confronto. Da una parte ci sono l’esperienza e la saggezza di chi la vita l’ha già mezza percorsa, dall’altra ci sono i sogni e l’insicurezza di chi invece il viaggio l’ha appena cominciato. È  questo lo scenario della pièce teatrale portata in scena dallo scrittore e giornalista Beppe Severgnini e tratta dai suoi libri La vita è un viaggio e Italiani di domani.  Sul palco i due personaggi dialogano di viaggi, della vita, dei dubbi e del mondo. La giovane, delusa e pessimista,  all’inizio si inalbera contro i precetti paternalistici dello scrittore ma pian piano si scioglie e lo sta ad ascoltare. Nella vita abbiamo bisogno di guide, di punti di riferimento. Ma l’uomo le spiega che dei consigli che ci vengono dati si prende solo ciò che ci serve e il resto lo si butta via. Le parla della regola delle Quattro T: talento, tolleranza, tenacia e tempismo, qualità che le persone, soprattutto i giovani, dovrebbero tenere in conto per riuscire a individuare e a trovare il loro posto nel mondo. Si discute anche di paura: paura di cambiare, paura di rimanere uguali a se stessi, paura di non osare. E si parla dell’Italia che, in fin dei conti, non risulta tanto male. Ma bisogna aver prima viaggiato per poter accorgersene. Ciò che risulta interessante è che, come accade in tutti gli incontri, l’arricchimento non è a senso unico ma avviene uno scambio reciproco di esperienze. Anche l’uomo, come la ragazza, alla fine della lunga notte avrà imparato qualcosa in più della vita. Entrambi risulteranno cambiati, saranno pronti a ricominciare il loro viaggio e anche ad avere il coraggio di  cambiare strada.  Perché non si finisce mai di imparare e sperimentare, non ci sono limiti e nessuna età che possano mettere fine alla nostra crescita e al nostro desiderio di metterci  in gioco. Beppe Severgnini, nei panni straordinari dell’attore, impersona lo scrittore-viaggiatore con la sua solita, magnifica verve un po’ british. Convince e non delude, proprio come i suoi libri. Nei panni della giovane Marta l’attrice Marta Isabella Rizi, perfetta nella parte. Una terza viaggiatrice è impersonata dalla cantante Elisabetta Spada , in arte   Kiss&Drive, che delizia il pubblico con la sua chitarra e  i suoi sognanti intermezzi musicali. La commedia, per la regia di Francesco Brandi, è andata in scena anche nell’affollatissimo Teatro Electra di Iglesias la sera del 25 marzo. La presenza del folto pubblico non fa che confermare l’ottimo cartellone in programma e l’interesse dei tanti appassionati per spettacoli culturali di questo tipo. Le prossime tappe sarde dello spettacolo La vita è un viaggio si terranno a  San Gavino Monreale, Meana Sardo, Nuoro e Santa Teresa di Gallura. Infine il lungo tour, cominciato a novembre scorso  in provincia di Modena, verrà chiuso dagli attori sul palco del teatro di Perugia il 18 aprile.

EJS

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La messa in scena di” La vita è un viaggio” al Teatro Electra della città di Iglesias

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Marketing e dintorni/ 3. Guardiamo avanti

29 07 2014

social-media-marketing-spoutLo spot di cui vi parlo oggi mi piace particolarmente per lo studio del testo, per le significative immagini proposte magistralmente dalla regia e per l’importante messaggio veicolato. Lo spot infatti riguarda l’Italia e la sua ripresa, tema che sta a cuore a tutti noi. Si tratta di una vera e propria genialata dell’agenzia Saatchi & Saatchi, una delle mie preferite, e segue di poco la campagna pubblicitaria #Guerrieri, anch’essa molto stimolante e coinvolgente.

Lo spot pubblicitario in questione è quello di un noto colosso dell’energia elettrica.  La prima immagine proposta è quella di un giovane uomo che cammina  per un set di Cinecittà.  Macchine da presa, gru, attrezzature cinematografiche sono disseminate lungo la via.  Siamo in Italia e la grandezza della testa scultorea rovesciata (di chiaro stampo romano impero) si contrappone alla piccolezza della figura dell’uomo che le passa accanto. Ciò ci fa subito pensare alle vestigia di un grande passato dell’Italia, passato però ormai decaduto. Come se ci guardassimo attorno spauriti e vedessimo un  mondo che purtroppo quasi non c’è più. Anche la voce che commenta le immagini trasmette la stessa sensazione. Un lungo elenco di traguardi, creazioni e bellezze italiche della nostra tradizione viene infatti snocciolato con enfasi e orgoglio,  mentre continuano a scorrere le immagini.

La Dolce Vita,

Il Neo-Realismo,

La Grande Commedia Anni Sessanta,

La Cucina italiana,

Gli spaghetti al dente,

Il tramonto sulla Costiera.

Le immagini nel frattempo mostrano una giovane donna si muove fra i tavoli riccamente imbanditi su una terrazza davanti al mare, circondata anch’essa da statue neoclassiche.  Non solo Cinema e cucina ma anche le conquiste sul campo del calcio e della moda. Ecco quindi che la Saatchi & Saatchi commenta il testo con le immagini di bambini calciatori che camminano impettiti sul prato verde di un grande stadio, bambini che sembrano guardare al futuro e ricordare la grande vittoria calcistica dell’Italia nei mondiali spagnoli del 1982 contro la Germania. E poi ragazze che sfilano orgogliose in un elegantissimo e futurista atelier di moda, a cavallo tra passato e futuro. Un elegantissimo modello sfila in un capannone industriale, e poi ragazzi e ragazze fanno un tuffo nel passato camminando attraverso i Fori Imperiali, compiaciuti e inebriati da tanta grandezza. Via via si torna indietro così dal 1982 all’ 80 d.c.,  passando per il 1300. Quello dell’Italia è stato veramente un grande e nobile passato:

La notte del Bernabéu e il cielo è azzurro sopra Berlino,

Lo stile, il gusto, l’eleganza,

I giganti della Moda,

I capitani dell’Industria,

I maestri dell’Artigianato,

L’Impero romano,

Il Colosseo,

Il Rinascimento,

Le  invenzioni di Leonardo,

I viaggi di Marco Polo,

Le scoperte di Colombo,

Le Stagioni di Vivaldi,

Poi Raffaello, Michelangelo, Caravaggio,

Pinocchio

e la Divina Commedia.

L’ultima immagine colpisce particolarmente perché è la più importante, quella che chiude il cerchio e contiene il messaggio finale. Viene mostrata una bellissima ragazza dalla pelle nera, vestita di bianco (ciò sottolinea ancora maggiormente i contrasti citati), che attraversa una stanza con dei  grossi tomi in mano. La stanza ha le dimensioni e la sacralità di un mausoleo e contiene dipinti, libri e antiche sculture, tutte le vestigia del passato di cui parlavamo prima. La ragazza rappresenta  un  link tra passato e futuro, rappresenta le nuove generazioni, un paese diverso che si guarda indietro ma che procede oltre, va avanti,  verso la finestra della stanza, verso la luce e verso nuovi orizzonti. L’Italia può cambiare, risorgere dalle sue ceneri e  proiettarsi verso un nuovo glorioso tempo che verrà, se saremo capaci di rimboccarci le maniche, di avere una mentalità più aperta, di tornare a essere competitivi. La voce recita ancora:

Il nostro è stato un grande Passato

ma adesso è ora di Guardare avanti,

di costruire qualcosa di cui essere di nuovo fieri.

Per questo non serve la Nostalgia:

Serve l’Energia.

Il motto è #Guardiamo avanti.  Il messaggio è chiaro. Non bisogna adagiarsi sugli allori e avere nostalgia del passato. No. L’Italia ha bisogno di guardare avanti per dare vita ad altre nuove meraviglie e imprese mitiche, come solo Lei sa fare. Per questo serve tutta l’Energia di cui abbiamo bisogno. E il colosso dell’Energia elettrica si candida così a fornirla a noi Italiani, popolo di santi, poeti, navigatori e sognatori.. La main promise c’è tutta e se tu, Consumatore, sceglierai di affidarti a questa Compagnia per il rifornimento di energia elettrica, allora non potrai che guardare avanti con occhi nuovi e avere solide speranze anche per il tuo futuro. Lo slogan infatti recita Energia alla tua vita. Un bel messaggio di incoraggiamento. Una vera poesia. Una piccola opera d’arte.  Da applausi!  EMS 

Guarda lo spot su Youtube:





Il ragazzo si chiamava Santiago

25 07 2014

Lalchimista-copertina1Il ragazzo si chiamava Santiago. Così comincia un libro di cui vi consiglio vivamente la lettura.  Si tratta de L’Alchimista di Paulo Coelho. Un libro molto famoso, che molti di voi conoscono di sicuro e che hanno forse letto. Per chi non l’avesse fatto, si affretti a rimediare! Si tratta di un libro magico, che regala l’ottimismo e la positività. Insegna a leggere i segni che tutti noi ogni giorno troviamo lungo la strada. Insegna a inseguire e a realizzare la nostra Leggenda Personale. Ci insegna a capire che l’immobilismo genera tristezza, abitudine e rimpianto, che ogni tanto bisogna rischiare per realizzare i nostri sogni e ci invoglia a intraprendere quel viaggio e quei cambiamenti necessari affinché il nostro destino di felicità si compia. (Spero che anche la nostra Italia possa inseguire e realizzare presto la sua leggenda personale! Ma per farlo ha bisogno dell’aiuto di tutti noi! Ndr).

Il ragazzo si chiamava Santiago. Il libro si legge in modo assolutamente scorrevole. Ma che dico si legge, si beve tutto di un fiato! Il linguaggio è veramente semplice e il racconto è diviso in tanti piccoli capitoli che invogliano a proseguire fino all’ultima pagina. Da leggere ogni volta che si attraversano dei periodi bui e si è persa la bussola. Dà forza e coraggio, chiarisce le idee. Meglio di una medicina.

Il ragazzo si chiamava Santiago.  Quante informazioni sono contenute in questa piccolissima e semplice frase! Innanzitutto capiamo immediatamente che il protagonista del libro si chiama Santiago. Non è un vecchio, ma è un giovane uomo, un ragazzo. Il verbo al passato ci fa comprendere che è il racconto di una storia, della sua avventura. Il nome Santiago poi ci dà delle informazioni aggiuntive circa la localizzazione della storia. Si tratta di un tipico nome iberico e infatti la vicenda prende avvio proprio in Spagna. Santiago ci richiama alla mente anche il famoso pellegrinaggio verso Santiago di Compostela.  Ciò ci suggerisce da subito che il ragazzo sarà il protagonista di un suo cammino, un viaggio verso la realizzazione della sua Leggenda Personale. Quello che ognuno di noi dovrebbe fare.   Se questa è la prima frase, immaginatevi il resto. Ha lo stesso sapore e per ogni frase potete fare lo stesso giochetto che ho fatto io con la prima.  Ogni frase racchiude un mondo di significati in poche parole. Divertitevi a scoprirli tutti.

A parer mio, L’Alchimista è senza dubbio il libro meglio riuscito di Paulo Coelho. Se non l’avete letto, cosa aspettate a farlo? Inseguite anche voi la vostra Leggenda Personale e aiutate il vostro prossimo a farlo.  Ne abbiamo tutti bisogno.

EMS,  luglio2014





14. Il Capodanno di Ugo – Prima parte

28 12 2013

parigi-capodanno-4Sono sull’aereo, in partenza dall’aeroporto del Capoluogo. Volo diretto per Parigi. Mi aspetta un capodanno sotto il cielo francese, in compagnia della mia amica di penna Jackie. Non appena ha saputo del regalo dei Nonni non ha perso tempo e ha subito organizzato la mia vacanza. Sarà la mia guida, ha detto. Credo che i maschi italiani, anche i più cessi, destino sempre un certo interesse nelle donne francesi. Lo so, lo so, sono stupidi stereotipi! Il comandante informa che siamo pronti al decollo. Le hostess e gli steward si accertano che tutti abbiano allacciato le cinture. Si parte. L’aereo comincia a muoversi. Io mi sento mancare. Mi piace viaggiare ma non mi piace l’aereo. Io opterei per il teletrasporto, se esistesse. Pazienza per il rischio di smaterializzarsi. Io sono già smaterializzato. Adesso più che mai. L’aereo è arrivato sulla pista come avrebbe fatto una semplice auto ma muovendosi su tre ruote. Adesso prende la rincorsa. Comincia ad avanzare, va sempre più veloce. E’ davvero incredibile che nel giro di un paio di secondi saremo tutti per aria col vuoto che ci preme sullo stomaco. L’aereo si stacca da terra, voliamo verso il cielo. Io sono vicino a uno dei motori e sento tanto rumore. Mantengo gli occhi chiusi e le mani serrate sui braccioli ancora per un po’. E mantengo anche il respiro. Prima sceglievo sempre  il posto vicino al finestrino perché guardare dall’oblò mi regalava una certa sicurezza. Ora scelgo il posto sul corridoio dopo aver letto i risultati di una statistica effettuata sui sopravvissuti ai disastri aerei. Pare che la maggior parte di loro avesse il posto sul corridoio e abbiano potuto raggiungere più agevolmente le uscite di sicurezza. Tutte stronzate! Adesso sì che dovrei essere tranquillo. So pure dove sono le uscite di emergenza e so che sotto di me c’è un utilissimo giubbino gonfiabile. Meglio non pensarci perché è spaventoso. Quasi come la mia situazione. Penso che al mio ritorno sull’isola di Lost proporrò alle compagnie aeree l’uso del paracadute della Dharma Initiative invece che giubbini gonfiabili. Almeno se poi tiri il cordino una speranza di salvarti ce l’hai.

Usciamo dalla bolla spazio temporale della mia regione. Non penso al mio passato ora. Non penso a quel buco di appartamento, non penso a Briciola, non penso al libro che mi ha regalato Papà. Ora penso solo a Parigi. Penso alla Ville Lumière addobbata a festa. E’ la mia prima volta, non ci sono mai stato. Jacqueline, o Jackie come la chiamo io, mi aspetta.

Inganno il tempo del viaggio leggendo Chéri, il romanzo della scrittrice Colette. Leggo della passione scandalosa e impossibile tra il giovane Chéri e la più matura Léa. Chiudo gli occhi e immagino di incontrarli per le strade di Parigi.

Ora siamo quasi arrivati e il comandante ci avvisa di riallacciare le cinture perché è imminente l’atterraggio. L’ altro momento critico del volo che detesto perché ne ho paura. Meglio davvero correre il rischio di essere smaterializzati, dico io. Penso a quanti incidenti aerei siano avvenuti a volo quasi finito perché magari non si è aperto il carrello delle ruote o per una manovra sbagliata del pilota. E’ un momento delicato. Se il destino vuole tra un po’ saremo di nuovo tutti con i piedi per terra ed il naso all’insù a guardare quel cielo lontano dove fino a qualche minuto prima stavamo navigando. Se no, male andando, staremo bruciando tra le fiamme dell’Inferno! L’aereo si abbassa, vola in mezzo ai palazzi. Vedo distintamente case, tetti, finestre, porte, auto, persone. Tutto questo sembra quasi entrare nell’aereo. Ecco poi il rumore metallico del carrello-ruote che si apre. L’aereo pare rimbalzare su quella pista, più e più volte. Io ho gli occhi chiusi, le mani serrate. Spero che se esiste un Dio allora non desideri un incidente proprio adesso. Magari al ritorno. Ma non ora. Adesso devo godermi almeno Parigi e conoscere Jacqueline che io chiamo Jackie. Magari al ritorno, ma non ora. L’aereo comincia una tremenda frenata, le ruote stridono sull’asfalto. Poi si ferma di botto e mi ritrovo con la faccia sul sedile che ho di fronte. E’ finita. Siamo arrivati! Che la mia vacanza abbia finalmente inizio!

L’aeroporto Charles de Gaulle è un grande aeroporto. Sono in attesa del mio bagaglio che ancora non si vede. Mi sento in un’altra dimensione. Sono lontano da casa. Lontano dalle mie non scelte. Momentaneamente sono un uomo nuovo. Diverso. Libero.

Non conosco l’aeroporto e non so bene di preciso dove mi aspetti Jackie. Sa che arrivo a quest’ora e viene a prendermi. Ma non so dove. Comunque la riconoscerò. Spero che le foto che mi ha mandato ritraggano proprio lei e non una sua amica.

La mia valigia verde speranza ha fatto capolino sul nastro trasportatore. Mi sporgo per prenderla e perdo l’equilibrio. Cado sul nastro trasportatore proprio sopra la valigia. Tutta quella gente attorno  ride di me  un po’ in italiano e un po’ in francese mentre sono a gambe all’aria sul nastro e vengo trasportato con la valigia inesorabilmente dentro il tunnel. Non riesco a muovermi e la valigia pesa una tonnellata. Colpa mia che mi sono portato tutti i maglioni pesanti che ho perché ho paura che faccia freddo a Parigi. Quelle facce sconosciute mi guardano come un bagaglio non loro e ridono. Il tunnel è vicino. Sto per essere inghiottito. Sta per avvenire il peggio quando una mano amica mi afferra al volo e mi salva in extremis.  La riconosco, è proprio Jackie. Una sua cara amica lavora all’aeroporto e l’ha fatta sgattaiolare dentro per venire a darmi il bienvenue.  Che fortuna! Ora è tutto un comment ça va, comment ça vas tu e tanti bisous.

L’auto di Jackie è una piccola utilitaria gialla. Lasciamo l’aeroporto e ci immettiamo sull’autostrada. Lei parla mentre io mi guardo attorno. Capisco la metà di quello che dice. Il paesaggio ai lati dell’autostrada non è molto diverso da quello delle nostre autostrade italiane. Prati, tralicci, corsi d’acqua, capannoni, industrie. Poi palazzoni di periferia, grandi slarghi, passaggi a livello. In lontananza vedo qualcosa che svetta su tutto il resto e riflette la luce del sole. Jackie dice che quella è la Torre Eiffel ma io non ci credo. Quell’ammasso di ferraglia grigio che vedo laggiù non può essere la Torre Eiffel. Se quella è la Torre Eiffel allora sono già deluso. Non è come la immaginavo.

Jackie corre. Sorpassa bus, sorpassa camion, sorpassa auto e corre. Corre e scala le marce della sua utilitaria gialla che non ho capito ancora che modello sia.

Jackie ha una decina di anni più di me e non ha un fidanzato. Ha i cappelli corvini, lunghi e grossi. I suoi occhi cerulei si confondono col colore grigio del cielo di Parigi. Indossa uno scamiciato nero con una ampia scollatura dalla quale si intravede il seno – che è tanto grosso- ed una cintura marrone all’altezza dei fianchi. Ha due tacchi vertiginosi che però non le impediscono di guidare. Alle orecchie pendono due orecchini con la bandiera italiana. Li ha messi in mio onore, suppongo. So che lavora in un piccolo albergo vicino alla Torre. Non vive più con i genitori ma si è trasferita in una piccola mansarda parigina che sta a poche centinaia di metri dal piccolo albergo. Jackie mi dice che stiamo andando proprio all’albergo. Oggi si è presa una giornata di vacanza ma deve passare un attimo per comunicare al suo sostituto alla Reception alcune precisazioni sui loro nuovi clienti in arrivo nella serata. All’improvviso frena e inchioda. Se avessi avuto la dentiera mi sarebbe certo volata via. Mi dice che siamo arrivati. L’alberghetto è una costruzione antica a più piani. All’entrata vedo due alberi di natale addobbati con palline bianche, rosse e blu, in pieno gusto nazionalistico. Jackie entra e mi fa cenno di seguirla. Parla con un giovane uomo alla reception. Parlano velocemente, non capisco una sola parola. English, please, mi viene da dire. Ma non stanno parlando con me. Dopo una discussione animata, Jackie si ricorda di me e mi presenta al suo collega. Il collega si chiama Jean-Paul. Come Jean-Paul Belmondo mi dice lui e sottolinea Belmondo perché è una parola italiana. Forse crede che così ci capiamo meglio. Ma io se parlano piano li capisco, faccio presente. Jean-Paul ha due baffetti rossicci che sembrano posticci. Decido che per me Jean-Paul sarà Baffetti. Baffetti mi dice che Jackie è una donna molto dolce, simpatica, gentile e molto generosa. Me lo può assicurare. Baffetti mi dice ancora di godermi questa mia settimana parigina. Dice che sarà divertente ma anche stancante e che alla fine di sicuro non vedrò l’ora di tornare a casa perché le vacanze sono sempre così. Alla fine provi nostalgia.

Jackie decide che le mie valigie per adesso le lasciamo alla reception dell’albergo. Baffetti le terrà d’occhio. Infatti è quasi ora di pranzo e non passeremo alla sua mansarda che per sera. Io avrei voluto rinfrescarmi un po’ prima di uscire. Ora non ho fame. Ma quello che voglio fare io non conta. Conta che è quasi ora di pranzo e bisogna subito andare a mangiare se no non troviamo più nulla. Guardo l’orologio e per me le undici e mezza sono presto. Per Jackie e Baffetti invece le undici e mezza sono tardi.

La Brasserie preferita di Jackie non è lontana dall’albergo. Solo qualche minuto a piedi. Sono emozionato. Respiro finalmente l’aria frizzante di Parigi. L’arte è intorno a me. I cafè letterari e degli artisti sono attorno a me. I parigini con le baguettes sono attorno a me. Tutto scintilla. Jackie mi guarda e dice che sono carino ma ho un’aria buffa. L’aria buffa non mi è nuova. Ma merci beaucoup per il carino. Anche lei è carina con quei capelli corvini e quelle grandi tette. Ora poi ha gli occhiali da sole e non si vedono quegli occhi cerulei, grigi come il cielo sopra Parigi.

Ci sediamo a un tavolo. Chiedo indicazioni per il bagno e lascio ordinare a Jackie. Lei dice di fidarsi. Dice che conosce il menù e sa il fatto suo. Ok Jackie, mi fido ma ora mi scappa la pipì. Il bagno è piccolo ma pulito. Finalmente posso rinfrescarmi un po’. Sono ancora un po’ stordito dal volo. Acqua fresca è quel che mi ci vuole. Mi soffio il naso, mi tolgo una cispa dall’occhio. Con la mano mi pettino i capelli. Torno al tavolo. Torno e scopro che al tavolo adesso siamo in quattro. Il cameriere nel mentre ha unito tutti i tavolini in un’unica bancata. Jackie dice che si usa così. Si usa unire i tavolini per far socializzare i clienti mentre mangiano. Io mentre mangio farei anche a meno di socializzare con sconosciuti. Io sono lì per socializzare con Jackie. Voglio vedere Parigi ma soprattutto in questo momento sono qui per riempire lo stomaco senza ingurgitare più aria del necessario. Ma i nostri vicini di tovagliolo stanno al gioco del cameriere. Scopro che il ragazzo nero di fianco a me è un americano della Louisiana mentre la donna bianca e slavata seduta di fronte a lui è la sua ragazza. Mi parla in americano e lo capisco benissimo. Diventiamo amiconi. Lui e la ragazza sono in Europa per un viaggio di due mesi. Sono appena arrivati in Francia, proprio come me. L’Italia è la loro prossima meta. Mi chiedono qualche consiglio. Sono due simpaticoni. Arriva l’entrèe. Per me Jackie ha ordinato un passato di cavolo e verdure varie. Anche gli americani hanno preso lo stesso. E’ il meglio. Ci guardiamo schifati mentre lo sorseggiamo. Jackie lo adora invece. Niente primo piatto, si va subito al secondo . Ovviamente anatra arrosto e paté di fegato d’oca. L’anatra è buona ma è poca. Il paté invece è molto e lo lascio. Jackie dice che non lo si può lasciare perché se no si offendono. E’ una cosa prelibata, il paté. Così si sacrifica e lo ingurgita tutto lei. Ci alziamo e saluto les américaines. Dopo tutto è stato un piacere conoscerli. E provo un po’ di dispiacere a lasciarli andare via così, senza neanche scambiarci un recapito o il contatto facebook. Un po’ meno piacevole invece è stato il pranzo. Ma Jackie non ne ha colpa. Jackie è gentile con me e mi ospita nella sua mansarda. Quindi offro io e usciamo dalla Brasserie. Ora però  sì che ho fame! 

fine della prima parte





Emergenza Sardegna

19 11 2013
Ciclone Cleopatra (foto da Meteo.it)

Ciclone Cleopatra (foto da Meteo.it)

Un pensiero alle zone della Sardegna colpite e messe in ginocchio dal ciclone Cleopatra in queste ore. 17 morti, migliaia di feriti e  sfollati, strade e ponti crollati: ci si sente davvero piccoli davanti a questi eventi tragici. Una vera emergenza nazionale, aiuti preziosissimi da ogni parte dell’Italia. È in situazioni come queste che, con più determinazione, ci si deve chiedere come i movimenti regionali che per il 2014 si stanno candidando con il programma di fare della Sardegna uno stato indipendente vogliano e possano gestire, ad esempio, questi eventi catastrofici. Con quali soldi? Con quali forze? È l’unione a fare la forza, non la divisione. Mi auguro che ciò sia chiaro e che non venga dimenticato. Ieri in Sardegna, in un solo giorno, è caduta l’acqua che generalmente cade in 6 mesi.  Un fenomeno violento e quasi inarginabile. Bisogna comunque intervenire, quando si può, per sistemare gli alvei dei fiumi e sbloccare gli scarichi, prima della stagione delle piogge; bisogna anche impedire la costruzione delle abitazioni in zone alluvionali, almeno per evitare ciò che può essere evitato nei limiti della capacità umana. Per uno strano segno del destino proprio oggi comincia il processo per i morti dell’alluvione del 2008 di Capoterra (CA):  auguriamoci davvero che eventi del genere non debbano più verificarsi.  EMS 

Alcuni link:

Le vittime: per non dimenticarle (fonte L’Unione Sarda)

Storie a lieto fine:  Martina, la coraggiosa parrucchiera tedesca che ha salvato dall’acqua la sua vicina di casa e il suo cane (fonte Tgcom24)

The GUARDIAN

Anche la CNN ne parla





Tarkovskij, LETTERA A PERTINI (1983)

4 10 2013

Roma, 25 gennaio 1983

Illustre e caro Presidente Pertini,

Come forse sa, sono da poco più di un anno ospite dell’Italia, Paese che ammiro e amo, dove sto completando la realizzazione di un film, Nostalghia, prodotto dalla RAI. Se trovo il coraggio di scriverLe questa lettera è solo perché confido che il Suo autorevole intervento possa, almeno temporaneamente alleviare la mia situazione. Premetto che io non sono, nel mio Paese, un “dissidente”: la mia reputazione politica, in Russia può essere definita molto buona. […] Purtroppo in vent’anni, e non certo per causa mia, sono riuscito a realizzare solo cinque film. Il motivo principale è stato la mia determinazione a girare soltanto film miei, cioè scritti e pensati da me, film d’autore come si dice in Italia, e non film ordinati dai capi della cinematografia sovietica. Di conseguenza, girare un film nel mio Paese è diventato sempre più difficile. […] Il pubblico sovietico, specie i giovani, amano i miei film. E così accade, generalmente, negli altri Paesi fuori dalla Russia. Non ho ottenuto, nell’Unione Sovietica, nessun premio o riconoscimento per il mio lavoro. Eppure, in tutto il mondo, i miei film venivano accolti favorevolmente, e premiati nei festival, facendo guadagnare prestigio al cinema sovietico. Venivano venduti all’estero, per esservi distribuiti, ma su queste cifre non mi era riconosciuto alcun compenso. […] E dunque, solo per un caso fortunato, dopo una battaglia durata quasi 4 anni, il ministro Ermas ha acconsentito a siglare un contratto con la RAI, per questo film scritto e diretto da me. Ora il mio film Nostalghia è in fase di montaggio. […] Quello che ora mi aspetta io lo so. Finito questo film, se mai riuscirò a finirlo restando a Roma, mi faranno rientrare in Unione Sovietica lasciandomi senza lavoro. Come potremo vivere, la mia famiglia e io, proprio non lo so.

Deve sapere, caro Presidente Pertini, che a Mosca io ho tre figli, una ragazza di 23 anni, un ragazzo di 21 (già abbastanza autonomi) e un bambino di 12, Andrej, che attualmente abita presso mia suocera. Mia suocera è una donna molto anziana, quasi inabile. Il piccolo è di salute malferma, soffre di difficoltà cardiache. Poiché mia moglie Larisa ha ottenuto il permesso di raggiungermi a Roma, dove lavora con me come aiuto regista, Andrej viene praticamente tenuto a Mosca come ostaggio. Mi hanno proibito di portarlo con me in Italia.

Spero di essere riuscito a farLe capire qual è, oggi, la mia situazione. Intanto in Italia mi si offrono concrete possibilità di continuare a lavorare. […] Mi giungono nuove proposte di film: mi si propone, ad esempio, di realizzare per il cinema un Amleto, che è sempre stato il mio sogno. […] A questo punto, vedendomi chiusa ogni altra strada, io mi permetto di pregarLa, Presidente Pertini, affinché Lei si rivolga con una lettera al capo del Governo sovietico, Andropov, per chiedergli che acconsenta – in nome dell’amicizia e della collaborazione fra i nostri due Paesi – a prolungare la mia permanenza in Italia per un periodo di due o tre anni, così che io possa dedicarmi a lavorare come docente in questa scuola di cinematografia che sto promuovendo. Nello sesso tempo La supplico di rivolgere, alle autorità del mio Paese, un invito ufficiale perché consentano a mia suocera, a mia moglie Larisa e al mio figlio più piccolo Andrej, di venire presso di me a Roma, per lo stesso periodo di tempo: così che io possa occuparmi da vicino della loro sussistenza e della salute del bambino.

Ho 50 anni. Ho il desiderio e bisogno di lavorare. Continuerò a riconoscere e a rispettare le autorità del mio Paese, ma desidero ricambiare la generosità di questo Paese che ora mi ospita, offrendogli ancora per qualche anno il mio lavoro.

Mi auguro, presidente Pertini, che il Suo autorevole intervento meriti ascolto presso i capi del mio Paese. Le sono fin d’ora grato per quanto potrà fare.

Con l’espressione della stima più sincera,

Andrej Tarkovskij

FONTE: Andrej Tarkovskij – DIARIO (Martirologio) – Edizioni EdM





Chi è Tarkovskij

27 07 2013
tarko

Andrej Tarkovskij 1932-1986

Tarkovskij. Andrej Tarkovskij. Questo nome a molti di voi non dirà nulla. Ad altri invece evocherà una bella serie di film d’autore, oltre che una filosofia di arte e vita.  Andrej Tarkovskij è un regista russo, anzi lo era. Perché purtroppo è mancato nel 1986 a causa di un male incurabile. Ma ha lasciato una cospicua eredità artistica. In questo periodo mi sto occupando della sua filmografia. Chi tra di voi lo conosce non avrà sicuramente dimenticato “Rublev”, “Solaris”, “Stalker”, “Lo Specchio”, “Sacrificio” e “Nostalgia”.  Sto compilando una tesi su una delle sue opere e sui suoi ideali artistici per cui ogni tanto vi annoierò (ma mica tanto) con curiosità e aneddoti di questo originale regista che aveva una visione del mondo molto simile alla mia.  Proprio ieri ho visto una video-intervista a uno dei suoi più stretti collaboratori (e amici) e mi sono commosso. Era un uomo che aveva ancora tanto da dare. Una persona molto profonda e molto triste. Era infatti un artista in esilio. La Russia gli aveva posto dei pesanti veti per quanto riguarda la produzione e la proiezione dei suoi film sia in patria che all’estero. Così Tarkovskij aveva dovuto auto-esiliarsi per non incorrere in quella assurda censura che gli avrebbe tagliato le gambe dal punto di vista professionale. Si era trasferito a vivere in Italia, stringendo amicizia con numerosi intellettuali e maestranze nostrane, tra i quali il grande Tonino Guerra.  La sua famiglia, però, era dovuta rimanere in Russia e questo lo faceva soffrire tantissimo. Io mi sto occupando proprio di “Nostalgia”, il film dell’Esilio, il primo dei suoi film girati fuori dalla Russia. “Nostalgia” è girato proprio in Italia, tra la Toscana e il Lazio.  Uno dei set principali è Bagno Vignoni, presso il bellissimo scenario della Vasca di Santa Caterina. E poi ancora la Chiesa di Monterchi, nelle campagne senesi, dove si trova il dipinto di Piero della Francesca della “Madonna del Parto”.  E Roma. Il film è sicuramente autobiografico. Il protagonista della storia rappresenta il regista stesso, i dolori e i valori sono i suoi.  Vi racconterò di lui e della sua vita nei prossimi articoli. Tarkovskij mi accompagnerà per un po’ di mesi. Un vero Maestro.  EMS








Silva Avanzi Rigobello

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Sogno Australiano - Australian Dream

Un salto, forse un tuffo. Sperando di poter tornare...

TUTTOLANDIA

"...il posto che mi piace si chiama mondo..."

Marisa Cossu

"Vola alta parola"

adriano porqueddu

journalist, tv presenter, communication consultant. official website

giuseppecartablog

...Aspettando SANTANDER, un libro BIANCO...!

Tratti e spunti

Carta, inchiostro e fantasia. Illustrazioni e storie da passeggio.

Wanted One Dollar

Di tutto e di meglio... Un contenitore che va alla ricerca di notizie!

Sara Usai

Art...eggiando

ladimoradelpensiero

La lettura é il viaggio di chi non puó prendere un treno. (Francis de Croisset)

Tra le righe

pensieri, parole, pagine, emozioni

L'AlTrO (lato)

" Per sentire e sognare in pace, bisogna spegner la luce della ragione... almeno per un po'. "

La tana di Corniola

Appunti di viaggi interiori in continenti ancora da esplorare, riflessioni, cambi di umore e ricerca di sé in un luogo di odori familiari e colori lontani.